PIU' VECCHI, MA IN SALUTE

Considerando che la maggior parte delle patologie croniche non è curabile, il ruolo della prevenzione durante tutto l’arco della vita è fondamentale e si basa sostanzialmente su pochi, ma solidi pilastri.
Di Stefania Maggi - Dirigente di Ricerca CNR, Istituto di Neuroscienze, Sezione di Padova-Invecchiamento - Responsabile Progetto Invecchiamento

L’invecchiamento della popolazione rappresenta l’evento che, a partire dalla seconda metà del XX secolo, sta caratterizzando i Paesi del mondo occidentale, determinando una trasformazione senza precedenti della loro struttura demografica con profonde influenze sulle dinamiche culturali, sociali, economiche e politiche.

Con una popolazione anziana che è andata così intensamente e velocemente aumentando e con quella giovane in così rapido e sensibile calo, nel solo volgere di alcuni decenni si è assistito ad una trasformazione profonda delle nostre società che dovrebbe imporre scelte politiche radicali, capaci di dare risposte concrete alle sfide che tale realtà propone.

Per comprendere la rapidità con cui l’Invecchiamento della popolazione sta avvenendo, basta considerare l’andamento dell’aspettativa di vita, che alla fine dell’Ottocento era, nei paesi occidentali, di poco superiore ai 40 anni e nel volgere di circa 100 anni si è più che raddoppiata. L’Italia, con il 21,5% di anziani e solo il 13,6% di giovani al di sotto dei 15 anni, è una tra le nazioni più vecchie del mondo, dopo Giappone e Germania.

L’aspettativa di vita alla nascita, che agli inizi del 1900 era di 42,9 anni per i maschi e 43,2 per le femmine, negli anni 30 di 53,8 e 56,0 rispettivamente, è diventata nel 2015 di 80,1 e 84,6 anni, rispettivamente. In particolare, stanno aumentando i “vecchi più vecchi”, ossia gli ultraottantenni, che da meno dell’1% all’inizio del XX secolo, oggi rappresentano il 4% della popolazione e costituiscono il 31% degli ultrasessantacinquenni (ISTAT 2017). Se l’aumento dell’aspettativa di vita da una parte consente a molti soggetti di raggiungere l’età avanzata in discreto benessere ed indipendenza, sta dall’altra determinando la crescita esponenziale di una nuova categoria di “malati”, quella degli anziani caratterizzati da una particolare vulnerabilità per la contemporanea presenza di più malattie croniche, fragilità e disabilità, che pone problematiche clinico-assistenziali così complesse da rappresentare una sfida non solo per la classe medica, ma anche per l’intero sistema sociosanitario. Nel 2013 gli ultrasessantacinquenni che hanno dichiarato di essere affetti da 3 o più malattie croniche sono risultati pari al 35,6% tra i maschi e al 50,6% tra le femmine, confermando fra l’altro quanto già emerso nell’Italian Longitudinal Study on Aging (ILSA) del CNR: sono soprattutto le donne anziane ad essere affette dalla multi-patologia (ISTAT 2013). Diverse teorie sono state proposte riguardo l’andamento futuro dello stato di salute e di autonomia funzionale nella popolazione anziana.

Alcuni studi indicano che il progressivo miglioramento dello stile di vita e i progressi della scienza medica riusciranno sempre più a comprimere la morbilità e l’invalidità nelle fasi più avanzate della esistenza (teoria della compressione della morbilità). Al contrario, alcuni autori ritengono inevitabile una progressiva espansione delle malattie associate all’invecchiamento, con il risultato di una vita sempre più lunga, ma vissuta in peggiori condizioni di salute e di autonomia funzionale (teoria della espansione della morbilità). Altri autori ancora, pur sottolineando come i miglioramenti nella salute della popolazione anziana siano continuati nel primo decennio del ventunesimo secolo, evidenziano come sia preoccupante, in termine di scenari futuri, l’aumento della percentuale di adulti tra i 50 e i 65 anni con necessità di assistenza nelle attività della vita quotidiana, così come il forte aumento dell’obesità nei bambini e nei giovani adulti, che rappresenta uno dei più importanti predittori di sviluppo di malattie cardiovascolari, metaboliche, neoplastiche, muscolo-scheletriche e di disabilità sia fisica sia cognitiva.


Possiamo prospettare che l’andamento futuro della morbilità e della disabilità nella popolazione anziana dipenderà da quattro principali fattori:

  • aumento della sopravvivenza delle persone malate;
  • crescente presenza di soggetti molto anziani e fragili;
  • controllo della progressione delle malattie croniche;
  • miglioramento delle stile di vita e dello stato di salute delle nuove generazioni di anziani.


Considerando che la maggior parte delle patologie croniche non è curabile, il ruolo della prevenzione durante tutto l’arco della vita è fondamentale e si basa sostanzialmente su pochi, ma solidi pilastri:

  1. Alimentazione
  2. Attività fisica
  3. Vaccinazioni
  4. Ambiente

Il Progetto Invecchiamento del CNR rappresenta un ampio programma di ricerca interdisciplinare basato sui più avanzati strumenti analitici oggi disponibili per la comprensione, la diagnosi, la cura e la prevenzione dei fenomeni degenerativi legati all’invecchiamento. Studi epidemiologici condotti dal CNR hanno fornito una fotografia precisa del fenomeno di invecchiamento della popolazione italiana, i tassi di prevalenza e d’incidenza delle patologie ad esso associate e i dati sui principali fattori di rischio, quali gli stili di vita che interagiscono con i fattori genetici nel determinare l’insorgenza di malattie complesse tipiche dell’anziano. Ad oggi, molte malattie croniche sono considerate inguaribili. La lentezza che caratterizza i processi degenerativi, così come la relativa tarda insorgenza dei sintomi, è alla base della difficoltà d’individuare terapie efficaci.

Per questo la ricerca geriatrica oggi si focalizza molto sulla prevenzione di queste malattie e le conoscenze attuali ci permettono di affermare che se i nostri geni contribuiscono per il 25-30% all’insorgenza delle maggiori patologie croniche, circa il 70% sono legate allo stile di vita, all’ambiente, e alla loro interazione con il nostro assetto genetico (epigenetica) (Passarino et al, 2016). La struttura a rete e le competenze multidimensionali presenti nel Progetto consentono un approccio multidisciplinare e multidimensionale, quindi realmente “traslazionale” di una tematica vasta come l’invecchiamento e le malattie croniche ad esso associate. Queste competenze hanno permesso la realizzazione di un progetto di largo respiro finalizzato all’analisi dei meccanismi molecolari, all’analisi genetica ed epidemiologica, alla diagnosi precoce e alle terapie riabilitanti. La ricerca traslazionale è fondamentale per lo sviluppo scientifico e richiede che ricerca di base e ricerca clinica coesistano nello stesso progetto di ricerca.

Il Progetto Invecchiamento ha previsto la collaborazione in chiave traslazionale tra numerosi gruppi del CNR che si occupano di ricerca di base, di imaging e diagnostica molecolare, di ricerca clinica e di epidemiologia, riferiti tutti all’invecchiamento. All’interno del Progetto vi sono competenze uniche per quanto concerne le tecnologie di genomica high-throughput per il sequenziamento del genoma umano e per la proteomica, per lo studio dei meccanismi molecolari alla base dell’invecchiamento cellulare, per la diagnostica per immagini a livello multi-organo nell’anziano; competenze, queste, che vanno dalla diagnosi precoce dei processi degenerativi con analisi PET e Risonanza Magnetica, per l’”assessment” del sistema cardiovascolare nell’anziano, alle tecnologie riabilitanti per patologie tipiche invecchiamento. Prendiamo come esempio emblematico l’alimentazione e analizziamo il contributo fornito dalla ricerca in questo settore, in particolare dal progetto Invecchiamento del CNR. Nel settore delle patologie associate alla nutrizione, il progetto ha prodotto una vasta e solida evidenza epidemiologica che, in accordo con la letteratura internazionale, dimostra come la Dieta Mediterranea sia in grado di prevenire una grande varietà di condizioni croniche che si manifestano principalmente in età geriatrica e che vanno dalle patologie cardiovascolari, metaboliche, neoplastiche, muscoloscheletriche e di disabilità sia fisica che cognitiva (Maggi, 2018). In tutte queste condizioni, l’infiammazione cronica gioca un ruolo fondamentale, come dimostrato chiaramente dalla teoria dell’” inflammaging”.

I meccanismi fisiopatologici che possano spiegare i benefici della Dieta Mediterranea nella prevenzione di questo stato di infiammazione cronica rappresentano una delle aree più affascinanti di studio nel settore della nutrizione. La restrizione calorica, che rappresenta l’intervento nutrizionale più studiato e sicuramente più efficace in termini di prevenzione dei fenomeni fisiopatologici associati all’invecchiamento proprio attraverso un’azione anti- infiammatoria, non è facilmente applicabile alla popolazione generale per ovvie ragioni, e quindi la dimostrazione che la Dieta Mediterranea possa avere un impatto simile sulla salute umana, ha una rilevanza straordinaria, non solo scientifica, ma anche in termini di salute pubblica (Veronese, 2017). Durante tutto l’arco della vita, il nostro organismo è esposto all’azione di agenti fisici, chimici, infettivi (tutti potenzialmente contenuti nel cibo che mangiamo), oltre a quelli psicologici, che agiscono come “stressanti” sul nostro organismo, che risponde con la produzione di ormoni, citochine, neurotrasmettitori che modulano la risposta neuroendocrina ed immunologica, con lo scopo di minimizzare il danno e assicurare la vitalità delle nostre cellule. I principali meccanismi cellulari coinvolti nella risposta allo stress comprendono l’attivazione di proteine da shock termico (HSP), delle sirtuine, dei sistemi antiossidanti, autofagici, infiammatori, ecc. (Martucci, 2017).

La ricerca svolta nei laboratori del CNR in questo settore ha dato contributi che hanno permesso un avanzamento fondamentale nelle conoscenze dei meccanismi che possono contrastare la senescenza e la morte cellulare. Il Progetto Invecchiamento, in particolare, ha permesso di trasferire queste conoscenze in ambito clinico, dove appunto il ruolo della Dieta Mediterranea come “dieta antiinfiammatoria” ha permesso di valutare le sue potenzialità nella prevenzione di diverse malattie croniche e, soprattutto, del decadimento fisico e cognitivo tipico dell’Invecchiamento e noto come “frailty”, ossia come quell’aumentata vulnerabilità alle malattie e alla morte che caratterizza gli ultimi anni della nostra vita (Veronese, 2017). La Dieta Mediterranea, caratterizzata dal consumo di olio extra-vergine di oliva, frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce, moderato consumo di uova, formaggi, carni bianche e vino ai pasti, e ridotto consumo di grassi saturi, carni rosse e zuccheri raffinati, fornisce al nostro organismo nutrienti che hanno un forte potere antiossidante, anti-infiammatorio e prebiotico, che stimolano la risposta cellulare allo stress, come descritto in precedenza. In particolare, i polifenoli, quali l’acido ferulico, la luteolina, il fenetil isotiocianato, il resveratrolo, presenti nella frutta, verdura, noci, cereali integrali, e legumi, hanno una potente funzione anti-infiammatoria e antiossidante. Interessante notare che molte di queste sostanze sono presenti in quantità minime nel nostro sangue e non raggiungono dosi che possano essere farmacologicamente efficaci.

Per questo si è ipotizzato che il meccanismo con cui agiscono sia ormetico, paradigma su cui si basano anche la restrizione calorica e il digiuno intermittente. In conclusione, gli studi sulla Dieta Mediterranea rappresentano un esempio di come il Progetto Invecchiamento, attraverso la creazione di un network di ricercatori operanti in diversi settori, dalla ricerca di base a quella clinica ed epidemiologica, abbia permesso di studiare i meccanismi molecolari e cellulari che possono spiegare i benefici evidenziati in diversi studi epidemiologici di un profilo dietetico che oggi viene considerato il più salutare al mondo. Non solo questo, ma il progetto ha anche implementato alcune sessioni “conviviali” di analisi sensoriale di cibi “arricchiti” con componenti specifici della Dieta Mediterranea, coinvolgendo anziani come membri del panel di assaggiatori (Predieri, 2017). I membri del panel hanno potuto quindi sperimentare l’essenza della definizione di Dieta Mediterranea secondo l’Unesco, che l’ha inclusa nella lista dei beni immateriali dell’umanità nel 2010, “non solo come cibo, ma come un vero e proprio stile di vita, che riconosce la convivialità come un elemento essenziale”.



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