MAESTRI DI VITA

L’Associazione Kids Kicking Cancer nasce dal desiderio di fare qualcosa di concreto per alleviare la condizione di difficoltà vissuta dai bambini malati di cancro o di malattie croniche. 
Intervista a Giancarlo Bagnulo - Presidente Kids Kicking Cancer Italia

L’Associazione Kids Kicking Cancer è nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘90 su iniziativa di Rabbi Elimelech Goldberg, professore di Pediatria alla Wayne State University School of Medicine di Detroit. Conosciuto da tutti come Rabbi G., è anche un esperto di arti marziali. Come spesso accade, dietro progetti come questo c’è sempre una storia personale. La prima allieva di Rabbi G. è stata, infatti, 30 anni fa, la piccola Sara, la sua bambina che all’età di 2 anni si è ammalata di leucemia.

Purtroppo Sara non ce l’ha fatta. Con grande forza e determinazione, Rabbi G. ha deciso di mettere le sue conoscenze a disposizione dei piccoli pazienti oncologici per aiutarli a gestire il dolore e ad affrontare cure e terapie, migliorando soprattutto il loro approccio psicologico ed emotivo nei confronti della malattia.

Oggi migliaia di bambini in diversi Paesi del mondo partecipano al progetto di Kids Kicking Cancer e l’Italia è il primo Paese europeo in cui l’associazione opera. Kids Kicking Cancer Italia Onlus è stata costituita nel 2011 e attualmente opera in 12 ospedali, e 5 strutture extra- ospedaliere presenti sul territorio nazionale. Tutti gli istruttori volontari sono esperti di arti marziali che hanno seguito training specifici per poter lavorare con bambini affetti da patologie croniche e ogni anno più di 2000 bambini traggono beneficio dalle loro lezioni.


Perché proprio le arti marziali?
Utilizziamo le arti marziali perché hanno una peculiare virtù: consentono di vedere sé stessi come vincitori e non come vittime. Basterebbe questa ragione per mostrare la validità di questa disciplina come aiuto terapeutico per i bambini. Queste, unite alla meditazione, sono un supporto per gestire i difficili momenti della cura e per allontanare il dolore. Ma non vi è solo questa motivazione. Le arti marziali non sono da intendere unicamente come lo sport della forza, dell’utilizzo violento del corpo, della preparazione fisica, del combattimento. 

La loro filosofia, infatti, le rende un’attività di grande disciplina, in cui si apprendono il rispetto, l’autocontrollo, l’altruismo, il coraggio, l’ottimismo. Per tale ragione, le arti marziali veicolano valori quali: atteggiamento positivo, concentrazione, lealtà, benevolenza. Sono uno strumento che permette di ritrovare dentro di sé il centro di controllo sul caos della vita, ancor più durante la malattia, di acquisire una nuova percezione del proprio essere e della propria forza (empowerment), di allontanare il dolore. È una filosofia di vita portatrice di un messaggio forte e valido per tutti: qualsiasi cosa accada, si può sempre reagire. Per questo le arti marziali sono un effettivo supporto per i piccoli “samurai” che affrontano il dolore e che devono affrontare quotidianamente la malattia. 


Il programma terapeutico di KKC è nato negli Stati Uniti e lì è fortemente focalizzato oltre che sulle arti marziali anche su pratiche diverse, come la meditazione. In Italia come si è concretizzato questo progetto?
Il programma di KKC è arrivato in Italia nel 2011, dopo un incontro casuale e sorprendente negli Stati Uniti con l’associazione ed è stato ispirato dall’energia trasmessa in quell’occasione da Rabbi G. e dai suoi piccoli pazienti.

Il desiderio di fare qualcosa di concreto per alleviare la condizione di difficoltà che vivono i bambini malati di cancro o di malattie croniche e di conseguenza anche i loro genitori ha rappresentato una spinta propulsiva per far approdare questa iniziativa anche nel nostro Paese. 

Il cuore del progetto, anche in Italia come negli USA, è il benessere del bambino.

È stato dimostrato che quando un paziente ha paura, prova un dolore più forte. Pertanto, KKC si propone di offrire ai bambini affetti da patologie oncologiche o croniche, ricoverati nei reparti ospedalieri o in strutture extra-ospedaliere in Italia, alcune risorse per gestire il dolore nel modo migliore.

L’esercizio fisico può determinare la riduzione dei sintomi post terapia e analogamente un miglioramento dal punto di vista psicologico nell’affrontare la malattia. Gli esercizi di movimento insegnati dai Martial Arts Therapist agevolano la riattivazione muscolare e articolare, stimolando l’equilibrio, la coordinazione e la bilateralità. Ma l’aspetto motorio è solo una parte del programma di KKC. 

Infatti, è attraverso l’insegnamento della corretta respirazione e delle tecniche di rilassamento che si impara a gestire meglio il dolore. Queste sono un potente strumento di autocontrollo, aiutano ad acquisire consapevolezza della propria forza interiore, ad individuare il coraggio dentro di sé e a far emergere la propria determinazione, ritrovando, così, nel profondo la propria serenità. A queste si affianca una tecnica ulteriore: la visualizzazione di situazioni o luoghi piacevoli. Respiro, rilassamento, visualizzazione e meditazione contribuiscono a ridurre in modo consistente la percezione del dolore, rilasciando a chi le esegue una sensazione di benessere.


Leggendo il libro Power Peace Purpose di Rabbi G. mi ha colpito questo: i bambini coinvolti nel programma diventano in qualche modo maestri verso gli altri, anche verso adulti in piena salute. Come è possibile?
Questo scopo (Purpose) è un punto cruciale nell’esperienza di KKC, tanto da essere inserito nel saluto «Power, Peace, Purpose» che i bambini ripetono all’inizio e al termine di ogni lezione. L’eco di queste tre parole significa che il bambino può riscoprire e accogliere la propria Forza (Power) grazie alla respirazione, allontanare il dolore trovando la Pace (Peace) interiore e avere uno Scopo (Purpose) per andare avanti. Infatti, ai bambini viene affidata una missione: insegnare a loro volta ciò che hanno imparato, divenendo ambasciatori per gli altri bambini in difficoltà, per le loro famiglie e anche per le altre persone che godono di buona salute, ma vivono condizioni di stress. Essere testimoni e a loro volta insegnanti fa sì che i bambini si sentano importanti. Gli allievi conoscono che il loro obiettivo è «Insegnare al mondo». 

Tutte le persone, non solo chi convive con una malattia, possono vivere sensazioni di paura, di frustrazione e impotenza, di sofferenza emotiva, di stress e non avere gli strumenti adatti per affrontare ciò. La meditazione insegna a gestire questo caos interiore e affrontare il sovraffaticamento della vita quotidiana. Il coraggio con cui i bambini gareggiano contro una sofferenza così grande, la semplicità con cui imparano le tecniche per colpire il dolore, la determinazione con cui poi le insegnano agli altri, diventando loro stessi maestri, è d’insegnamento per ogni adulto che fatica a vivere il presente e reagire a piccole o grandi difficoltà. Insomma, questi bambini possono insegnare a tutti a guardare alla vita con occhi diversi, perché è un grande dono, qualsiasi sia la sofferenza che stiate affrontando. Insegnare è una risposta alla malattia. Un cancro può fermare un ragazzo nell’apprendimento, impedendogli di andare a scuola, continuare a praticare uno sport o le lezioni di musica, ma con Power Peace Purpose i giovani diventano maestri di vita. Power, Peace, Purpose rappresenta il percorso di ogni bambino che partecipa al progetto.


Parliamo dei volontari: cosa danno ai piccoli pazienti, e cosa ricevono da loro?
I volontari KKC che sono esperti di arti marziali, devono frequentare uno specifico corso di formazione per apprendere la tecnica e la filosofia di KKC. Inoltre, solo dopo una serie di affiancamenti a istruttori esperti per imparare a lavorare con i bambini affetti da patologie oncologiche e croniche, conseguono il titolo di Martial Arts Therapist. Essere Martial Arts Therapist di KKC è un ruolo molto delicato. È un incarico prezioso per i bambini e le loro famiglie, e allo stesso tempo è un’esperienza di gran valore a livello umano per il volontario stesso, profonda e indelebile. 

Scoprire che la disciplina praticata può fornire supporto a piccoli guerrieri che combattono la malattia riempie il cuore di chi l’ha sempre svolta come attività sportiva. Guardare negli occhi i giovani samurai e insegnare loro a prendere a calci un duro avversario, il cancro, è una missione che ci spinge a incrementare sempre più il nostro contributo.

L’Associazione gestisce il processo di formazione del volontario, che deve essere motivato e preparato. È speciale notare come non sono solo i Martial Arts Therapist ad insegnare ai bambini ma ben presto si diventa maestri l’uno dell'altro. 

I volontari insegnano a questi giovani eroi a muoversi in armonia, li aiutano a trasformare il senso d’impotenza in energia, introducono il rispetto delle regole per ridare loro dignità, li motivano a uscire dal proprio guscio e a recuperare una dimensione di gruppo. I bambini trasmettono ai volontari il sorriso, la fiducia, la voglia di imparare, la tenacia e la diligenza, il buonumore, ma soprattutto la voglia di combattere, la voglia di vita. Vedere negli occhi dei volontari la loro dedizione verso i piccoli guerrieri dimostra quanto credono in ciò che fanno.


Come accolgono le famiglie l’opportunità che voi offrite?
Quando una persona si ammala, non lo fa mai da sola. Con lei, infatti, ci sono anche le persone che le sono attorno e che in diverso modo subiscono la malattia. Questo è ancora più forte quando ad essere malato è un bambino. Le famiglie vedono in KKC un’opportunità, un incontro significativo, spesso una “fortuna”. I volontari veicolano un importante messaggio che i bambini, con il corso delle lezioni, recepiscono e fanno proprio: il cancro non colpisce la forza interiore, ma la forza interiore può colpire il cancro. Le famiglie, vedono i figli stare meglio, essere più tranquilli, sorridere, fare progressi. Vedere i piccoli respirare, sentirsi più rilassati e pensare a cose belle è prezioso per tutta la famiglia. Viene trasmesso un senso di sicurezza anche a tutti coloro che gli sono attorno. 

I genitori apprezzano il nostro programma vedendo l’insegnamento di una disciplina sportiva ai bambini che soffrono come una piccola concessione di normalità. È uno strumento che li fa sentire uguali a tutti gli altri bambini, riprendendo anche l’idea di sport che avevano prima del ricovero in ospedale. Poi ci sono i benefici concreti che i piccoli pazienti scoprono attraverso la respirazione e il rilassamento. I genitori vedono il senso di sollievo che queste tecniche trasmettono al bambino e come permettono di affrontare le cure e l’invadenza degli effetti. Inoltre, la famiglia percepisce nello sguardo carico di motivazione del figlio quanto è importante dare a ogni piccolo samurai un obiettivo: insegnare ciò che hanno appreso al mondo. I familiari diventano i primi allievi dei propri figli. Il programma di KKC è così un aiuto per i bambini, ma anche indirettamente per le loro famiglie.


Ci può raccontare una storia che le è rimasta nel cuore e che può essere in qualche modo esemplare del lavoro che voi fate con questi bambini?
Ogni storia ti rimane nel cuore, ogni bambino, con il suo nome, il suo carattere, le sue reazioni e il suo sorriso. Ad esempio Matteo, che durante la prima lezione era talmente indaffarato a giocare ai videogiochi da non poter dare attenzione alcuna all’istruttore che era andato ad incontrarlo.

Allora, il volontario si avvicinò e dimostrò interesse per il suo videogioco. Questa vicinanza sviluppò una certa curiosità in Matteo che volle sapere cosa fosse il colpitore e a cosa servisse. 

Così, iniziò la prima lezione con Matteo. Dopo qualche esercizio di karate, utilizzando la tecnica del respiro diaframmatico insieme ad esercizi di visualizzazione, ha potuto colpire il colpitore, liberandosi dai pesi che aveva dentro, sorridendo e anche ridendo.

Al termine dell’insegnamento, Matteo aveva un sguardo molto diverso da quello dell’inizio: uno sguardo non più apatico e rassegnato bensì contento, a dimostrazione della sua serenità ritrovata. Con il tempo il rapporto tra Matteo e il suo istruttore è divenuto un legame di scambio reciproco, hanno combattuto insieme e Matteo ha insegnato cosa significhi davvero essere coraggioso. Matteo è un piccolo ma grande guerriero. Così come il coraggio di Gaia, giovane sportiva solare ed estroversa, che ha iniziato la sua battaglia al quarto piano del Policlinico di Pavia, affrontando di giorno in giorno nuove sfide e nuove rinunce imposte dalla malattia. 

KKC le ha offerto l’opportunità di praticare un’attività sportiva e di sentirsi motivata. I genitori sono stati entusiasti di questa occasione, del fatto che la loro figlia avrebbe potuto praticare una disciplina come tutti gli altri bambini, che in questo tempo si sarebbe potuta sentire un po’ meno diversa, un po’ più uguale agli altri. Con il kimono datole in dotazione dall’associazione, il lunedì aveva un appuntamento imperdibile con la lezione. Le tecniche di respirazione e rilassamento l’hanno aiutata nell’affrontare i momenti di nausea causati dai farmaci. Ha insegnato queste tecniche anche alla mamma, in linea con l’obiettivo KKC di insegnare al mondo!


Le parole di un volontario

Grande forza in piccoli eroi
Mi chiamo Nicolae Bucataru, ho 52 anni. Non pensavo che aiutando bambini malati di cancro avrei aiutato me stesso: da allora non mi posso più permettere di non essere felice e di non stare meravigliosamente bene. La struttura dove opero è l’ospedale oncologico Pausillipon di Napoli, il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Con i miei colleghi volontari dell’Associazione operiamo molto nei reparti e nelle stanze dei bambini.

Molto spesso vado nella stanza sterile o nella stanza trapianti; spesso lavoro pure con i genitori. I bambini e i ragazzi che vengono per le cure per la prima volta in questo ospedale sono spaventati, tristi, hanno sguardi vuoti, chiusi. Quelli che sono in terapia da più tempo sono rassegnati, apatici e non più bambini… La sofferenza li fa maturare più velocemente. I genitori sono disperati. 

Pescatori, muratori, pizzaioli, avvocati, giudici, ingegneri; italiani, rumeni, bulgari, ucraini, curdi, africani, tutti uguali, non c’è differenza in un luogo dove si è accumunati dalla sofferenza, dalla malattia.

Tutto si annulla: status sociale, nazionalità, colore… tutto diventa grigio. Al primo incontro, troviamo spesso genitori che non credono all’efficacia della terapia che somministriamo noi MAT di Kids Kicking Cancer. Non sono in molti ad avere fiducia nelle terapie alternative, pochi sanno cos’è la meditazione o la respirazione diaframmatica. Per noi MAT in questi casi, la difficoltà maggiore diventa allora quella di rompere il muro di protezione che il genitore costruisce intorno al figlio. Però ci sono anche genitori combattivi, pronti a promuovere tutto pur di salvare il proprio figlio; genitori che trasmettono gioia e speranza. In qualsiasi caso, per me sono tutti grandi uomini e grandi donne. Ho avuto modo di sperimentare la terapia, di lavorare con molti bambini per più di una settimana e con alcuni per più mesi: alcuni non ci sono più, altri sono tornati a casa, vittoriosi, sani e più forti dentro e fuori. Tra i miei piccoli eroi c’è Alessio, che da molti giorni non muove braccio e gamba sinistra. 

Alla terza giornata di pratica con noi non c’è male, sta iniziando a tirare calci e pugni. Io gli ho detto: “Alessio vuoi avere un braccio più forte di prima?”. Lui mi ha risposto: “Cosa devo fare?”. “Devi colpire questo colpitore immaginando la cosa che odi di più, che ti da più fastidio, dandogli un’immagine e incollarla sul colpitore. Poi colpisci con tutta l’energia che hai.” Ragazzi, non me lo sarei mai aspettato: Alessio ha fatto uno sforzo terribile, riuscendo a colpire per dieci volte il colpitore, che per lui è diventato Higuain. Dopo siamo scoppiati a ridere tutti e due ringraziando Higuain. Non tutti i mali vengono per nuocere! Ora Alessio odia più Higuain della malattia per cui combatte e basta dire Higuain che partono pugni, calci… una forza!



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