L'INNOVAZIONE PASSA DA QUI

Italia Startup è l’Associazione no profit che rappresenta, sostiene e dà voce all’ecosistema dell’innovazione italiana. Riunisce tutti i soggetti, pubblici e privati, che credono profondamente nel rilancio del nostro Paese e nella creazione di un nuovo tessuto imprenditoriale italiano. 
Intervista a Marco Bicocchi Pichi - Presidente di Italia Startup

Come è noto a tutte le persone attente ai dati, l’Italia nel periodo successivo allo shock dei mutui sub-prime negli USA nel 2008 ha vissuto gli effetti di una crisi strutturale e non solo congiunturale con una perdita di 25 punti di produzione industriale e 10 punti del PIL. In questo drammatico scenario nel 2012, con il Governo Monti, insediatosi mentre era in atto la crisi dell’incremento dello spread sulle emissioni di debito Italiano, nasce, su iniziativa dell’allora Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, l’iniziativa della Task Force Restart Italia e quindi il Decreto Sviluppo.

Contestualmente con l’Italia Startup Day il 26 Maggio 2012 presso H-Farm a Roncade nasce l’associazione Italia Startup. Il riconoscimento dell’importanza delle startup – imprese innovative ad alto potenziale di crescita – diventa popolare in Italia da quel momento. 

La costituzione del registro delle startup innovative ha allora l’obiettivo di circoscrivere provvedimenti che il fardello del debito pubblico e la situazione dei conti della previdenza sociale, oltre ad altre resistenze, impediscono di pensare “erga omnes” come provvedimenti in favore dell’imprenditorialità in generale. Il modello pensato è quello di una “special trade zone”. Poche imprese – anche ora sono 8 mila in confronto a 4 milioni – interessate, pochi “costi” per lo Stato e quindi approvazione anche dai Ministeri di Economia e Finanza e Welfare. Va ricordato il contesto per capire. Il Ministero dello Sviluppo Economico in Italia è molto focalizzato sulle crisi aziendali. In generale il numero delle aziende coinvolte nei tavoli di crisi è in crescita: erano 109 nel 2012, 119 nel 2013, 159 nel 2014, 151 nel 2015, fino alle 166 nel 2017.


Negli ultimi anni il numero di startup è cresciuto in maniera importante e di startup si parla sempre di più. Perché? È un dato positivo?
A fronte di una economia in crisi, con imprenditori suicidi, licenziamenti, è stato dato un messaggio, “non cercare un lavoro, contribuisci a creartelo”. Le startup rappresentano una speranza, una risposta alle opportunità che offrono le tecnologie con la globalizzazione dei mercati, ma anche una risposta alle difficoltà di un mercato del lavoro che espelle persone più mature e non accoglie i giovani. Indagini internazionali sulla motivazione ad avviare una nuova impresa indicano per l’Italia, rispetto a partner europei e Paesi emergenti, una percentuale più elevata di persone che tentano in mancanza di una alternativa piuttosto che di persone che scelgono nella convinzione di avere migliore opportunità come imprenditori. In quanto speranza, ma anche come sogno, le startup sono diventate un argomento popolare, una parola presto però logorata ed abusata. 

Come temuto dai veterani che avevano visto a cavallo del 2000 la crescita e la caduta del sogno delle “dot com” e la narrazione della “new economy”, nuovamente ha preso piede un circo mediatico e nazional popolare, un racconto di una nuova moda, di successi possibili dalla notte al giorno. È diventato tutto startup, anche aprire una bottega o una agenzia di comunicazione sul web erede della micro impresa agenzia di pubblicità. Il polverone che si è alzato ha nascosto in molti casi l’essenza. Troppe volte sento fare affermazioni sulla mancanza di buoni progetti e buoni imprenditori ed affermare che non mancherebbero i finanziamenti se ci fossero occasioni d’investimento. Ma la verità è che molte piantine (startup) muoiono per mancanza di acqua (finanziamenti).


Parliamo di startup innovative: che cosa sono e qual è il loro identikit nel nostro Paese?
La definizione di startup è una questione non filosofica, ma essenziale. La confusione che viene fatta tra “fase di startup” ovvero inizio attività di qualsiasi nuova impresa, “startup” intesa come una nuova impresa, “startup innovativa” ai sensi della legge Italiana, e “startup” nell’accezione di un investitore in capitale di rischio business angel/venture capitalist, è purtroppo comune. La normativa sulle “startup e PMI innovative” Italiane ha - a mio parere giustamente - lasciato delle maglie più larghe rispetto ai criteri adottati dai finanziatori ed in tal senso alcune delle imprese classificate in questa categoria sono più simili alle imprese “standard” che a quelle internazionalmente riconosciute come startup secondo definizioni internazionali di imprese ad alto potenziale come: “La startup è un’organizzazione temporanea, che ha lo scopo di cercare un business model scalabile e ripetibile” di Steve Blank, oppure “La startup è un’istituzione umana concepita per offrire nuovi prodotti o servizi in condizioni di estrema incertezza” di Eric Ries, o ancora “La startup è una società concepita per crescere velocemente” di Paul Graham. Avendo detto questo la migliore fotografia identikit in Italia la fornisce il rapporto annuale al Parlamento del MISE che è reperibile sul sito del Ministero “Relazione annuale al Parlamento sullo stato d’attuazione e l’impatto delle policy a sostegno di startup e PMI innovative”. 

Dalla relazione si possono ricavare alcuni dati di sintesi che fotografano la realtà delle imprese del registro startup innovative italiano: “Un’analisi della demografia d’impresa rivela che il tasso di mortalità rimane generalmente molto basso: tra le startup innovative transitate nella sezione speciale solo il 3,2% risulta aver cessato l’attività di impresa. Più nel dettaglio, il tasso di sopravvivenza a due anni si attesta vicino al 95%, mentre a tre anni scende intorno al 90%”. Questo dato conferma che si tratta per la maggior parte di imprese “standard” in quanto le startup in definizione internazionale si caratterizzano per il “fail fast”. “Dal punto di vista territoriale, il 55,2% delle startup è localizzato nel Nord del paese (il 30,4% nelle regioni del Nord-ovest e il 24,8% in quelle del Nord-est), un quarto nelle regioni del Centro e un quarto nel Mezzogiorno”, non sorprendentemente si confermano le “tre Italie” anche se nel Sud sono nate molte imprese eccellenti come qualità di innovazione e potenzialità. “Osservando la distribuzione settoriale, si nota che il 74,8% delle startup opera nel settore dei servizi, con una particolare intensità nel comparto ICT”. Un’analisi delle caratteristiche demografiche dei soci persone fisiche rivela che essi sono in prevalenza uomini (quasi l’80%) e presentano un’età media di circa 44 anni”. Quindi non si tratta in media di “giovincelli” ma di professionisti con esperienza.


La storia di una startup non è sempre una storia di successo. Quali sono le difficoltà che si incontrano?
La startup per definizione si confronta con termini come insuccesso e fallimento. Ma in verità questi termini sono fuorvianti. Se assumiamo più correttamente la prospettiva dell’esperimento è più corretto definire gli insuccessi come “ipotesi non confermata”. 

Le liste che sono state compilate in merito alle ragioni per le quali una startup “fallisce” sono numerose, ma le prime due motivazioni in assoluto sono: 
a) mancanza di un mercato, ovvero prodotto e servizio non sufficientemente richiesto; e b) insufficienti risorse finanziarie. Ma naturalmente vi sono anche altre cause tra cui le relazioni umane tra fondatori e tra loro ed i finanziatori hanno un grande ruolo, così come errori nell’esecuzione, realizzazione del piano. Sicuramente non è una cosa facile. 

Dice Sam Altman di Y Combinator : “Per avere una startup di successo servono: una grande idea (che include un grande mercato), un grande team, un grande prodotto, e una grandiosa esecuzione” e scusate se è poco.


Politica e sistema privato hanno ciascuno un ruolo fondamentale sul fronte della crescita dell’innovazione. Stanno facendo la loro parte in maniera sufficiente e convincente?

Inizierei con il lasciare la parola alla relazione del Ministro Calenda su questo punto: “Secondo l’European Venture Capital Report (EVCR) 2016, dai 98 milioni di euro di raccolta registratisi in Italia nel 2015 si è passati a 162 milioni nel 2016. Nello stesso anno, però, in Spagna il mercato ha raggiunto i 611 milioni di euro, in Germania si è attestato intorno ai 2 miliardi e in Francia ha superato i 2,7 miliardi di euro: ordini di grandezza evidentemente troppo differenti, con un ritardo italiano che tende ad accentuarsi”. 

È chiaro che gli indicatori di prestazione sono negativi e quindi per quanto si sia fatto non si è fatto ancora abbastanza. E non è un giudizio ma una constatazione. 

Per quanto bene si possa fare occorre sempre confrontarsi sui risultati. Personalmente ritengo che il problema sia quello più grande e più generale del fare impresa in Italia: a mali estremi servono estremi rimedi. Riguardo al sistema privato, lascio di nuovo la parola al Ministro: “È difficile spiegare perché il mercato del corporate venture capital italiano non registri una performance pari alla posizione che l’Italia occupa in Europa tra le economie manifatturiere, visto che davanti abbiamo solo la Germania: adesso è il momento in cui le imprese più mature, specialmente quelle che hanno vissuto la propria fase di startup in anni di congiuntura più favorevole, dimostrino una solidarietà generazionale e una visione strategica mostrando un impegno più forte verso l’imprenditoria innovativa e verso il futuro”. 

Difficile non essere d’accordo da un punto di vista ideale, ma la verità è che anche per far riprendere gli investimenti in macchinari nel manifatturiero si è dovuto implementare Iper e Super Ammortamento con Industria 4.0. Anche qui si conferma che non bastano gli appelli e i ragionamenti, ma servono misure “estreme” per smuovere le imprese e gli investitori.


Un altro tema di cui si parla sempre di più è l’Open Innovation: le startup possono trarre vantaggio da questo ambito strategico?
La “Open Innovation” è un tema che sta rapidamente facendo la fine della parola “startup”: tutti ne parlano e pensano di sapere di cosa parlano e pochissimi si preoccupano di studiare la letteratura e i casi. Il rapporto tra “corporate” ovvero imprese consolidate e le fonti di innovazione, incluse le startup, è articolato e complesso. Da un punto di vista dello studioso della microeconomia e del management il fenomeno inizia con il superamento dell’azienda “monolitica” integrata orizzontalmente lungo la supply chain, con il passaggio dall’impresa della catena del valore di Porter alla costellazione del valore o impresa in rete. Le startup sono soggetto ed oggetto delle politiche di Open Innovation che le Corporate attuano attraverso diverse forme. 

Italia Startup ha pubblicato in partnership con Assolombarda e presentato allo SMAU di Milano un Osservatorio ricerca sull’Open Innovation giunto a fine 2017 alla seconda edizione. Nella prima edizione con la collaborazione di The European House Ambrosetti è stato presentato uno schema a matrice delle possibili strategie per l’Open Innovation adottabili dalle imprese in Italia.


In altri Paesi anche la Pubblica Amministrazione rappresenta un driver di innovazione e questo consente lo sviluppo delle startup e al tempo stesso una maggiore efficienza dei servizi pubblici. In Italia?
Purtroppo non si può rispondere (pienamente) in modo positivo al quesito riguardo all’Italia. Il rapporto della PA con le startup è focalizzato soprattutto sui provvedimenti di finanza agevolata. La domanda della PA è stato ed è un driver dell’innovazione - basti pensare alla NASA o al settore militare e dell’intelligence negli USA – ma purtroppo le regole per gli acquisti della PA non favoriscono la partecipazione delle startup. 

La complessità delle regole ed il timore di acquistare da società come le startup che sono per natura fragili, piccole e soggette a possibile fallimento ed essere coinvolti in inchieste, richieste per danni erariali, scoraggiano le migliori intenzioni.


Quali sono gli obiettivi prioritari di Italia Startup per il prossimo futuro?
La nostra associazione è nata a Maggio del 2012 e a Giugno 2018 eleggerà un nuovo Consiglio Direttivo ed un nuovo Presidente, il terzo dopo il co-fondatore Riccardo Donadon e il sottoscritto. Il rinnovo della Governance associativa è un momento di grande importanza per l'associazione che per Statuto prevede la non rieleggibilità oltre il secondo mandato consecutivo. 

È fondamentale che in questi mesi l'associazione sia capace di raccontare quanto ha realizzato in questi sei anni, rafforzi ulteriormente il proprio ruolo e missione, prosegua nell'impegno di miglioramento continuo della sua azione in favore dello sviluppo dell'ecosistema dell'innovazione e di stimolo della politica e della classe dirigente del Paese. Il progetto del "marketplace" per l'incontro di domanda ed offerta delle startup è una iniziativa operativa fondamentale ed il successo del periodo di lancio ed il suo consolidamento e sviluppo è un obiettivo cruciale dei prossimi mesi.



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