INNOVAZIONE GIOVANE E DINAMICA

L’IIT ha l'obiettivo di promuovere l'eccellenza nella ricerca di base e in quella applicata e di favorire lo sviluppo del sistema economico nazionale.
Intervista a Roberto Cingolani, IIT Istituto Italiano di Tecnologia, Genova Direttore Scientifico del Technology Transfer

L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è una fondazione finanziata dallo Stato per lo svolgimento di attività di ricerca scientifica di interesse generale, per fini di sviluppo tecnologico. L’IIT è vigilato dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero dell’istruzione, università e ricerca e sottoposto al controllo della Corte dei Conti ai sensi della Legge 259/58.


Prof. Cingolani, l’Istituto Italiano di Tecnologia è una struttura complessa, un vero concentrato di eccellenza in diversi ambiti. Per lei che lo dirige e lo vive ogni giorno dall’interno, che cos’è?
L’Istituto è molto giovane i primi laboratori sono stati inaugurati 10anni fa

Ha quindi il vantaggio di essere molto dinamico, di potersi modificare, adeguare in tempo reale, ma come tutte le strutture giovani il consolidamento viene raggiunto con fatica. Uno dei punti di forza è senza dubbio la grande internazionalità. Le persone arrivano da più di 50 nazioni del mondo, abbiamo 1600 unità, il 41% sono donne e l’età media è di 34 anni. È un ambiente molto dinamico, innovativo. Questo dimostra che in Italia con le procedure di standard internazionali si riesce ad essere operativi come qualsiasi grande istituzione internazionale. È un buon esperimento pilota ed essendo pubblico è un modello da poter estendere, da poter applicare ad altre istituzioni.


In questo periodo si sta parlando molto dei robot sui quali state lavorando. Ma l’IIT non è solo questo. Quali sono le principali linee di ricerca dell’Istituto?
Sono noti i robot come prodotti della nostra ricerca, della nostra tecnologia, anche perché sono molto evocativi, sono abbastanza facili come messaggio, però in realtà IIT lavora moltissimo sulle scienze della vita, soprattutto nello sviluppo di tecnologie che hanno implicazioni in ambito chimico, chirurgia, biochimica, rilascio di medicinali intelligenti, genetica. Abbiamo poi una parte molto forte sulle nanotecnologie, soprattutto materiali innovativi, ciclo del rifiuto, ciclo dell’acqua, materiali biosostenibili, biodegradabili.

Molto lavoro è stato fatto sulle nanotecnologie per la medicina. Più recentemente abbiamo lanciato un programma molto forte in ambito di scienze computazionali, modeling di sistemi complessi, dalla molecola, al farmaco, a materiali ingegnerizzati, progettati con tecniche chimiche particolari.

Quindi computazione, robotica, nanotecnologie e tecnologie per le scienze della vita.


Torniamo alla robotica: su quali progetti state lavorando e quali sono gli obiettivi sul fronte della creazione di umanoidi?
Abbiamo creato una specie di ecosistema di robotica: abbiamo robot animale, robot pianta, umanoidi di tutte le taglie, ecc.. L’idea è che queste macchine, alcune dotate di una intelligenza artificiale molto sviluppata, altre stupide, completamente controllate da remoto, possano avere le applicazioni più disparate. Nostre macchine sono state ad esempio testate ad Amatrice, quindi possono avere applicazioni in caso di terremoti, frane, incendi; altre in uffici, ospedali, per la compagnia, con gli anziani.

Questi sono robot intelligenti in grado di andare a prende un bicchiere d’acqua, riconoscere un medicinale, fare piccoli lavori di assistenza. Poi c’è tutta la parte che riguarda le protesi, la riabilitazione, molto importante perché si fa moltissimo lavoro per insegnare al robot a muoversi come un umano e in realtà il robot ha tutta la biomeccanica, tutta l’intelligenza e l’elettronica necessaria a riabilitare una persona che ha perso la mobilità. Quindi sono applicazioni molto disparate.

Poi ci sono lavori fondamentali sull’intelligenza artificiale, sull’apprendimento, sul comportamento, che vengono studiati e sviluppati con psicologi per capire l’interazione uomo/ macchina, che è una miniera di conoscenza: noi impariamo dalla macchina, ma la macchina impara da noi, quindi c’è proprio un loop dal punto di vista culturale, scientifico e tecnologico che fa lavorare un sacco di persone.


I robot, però, ci fanno paura. Nelle visioni più apocalittiche ci sono le macchine che finiscono per prendere il nostro posto, per invadere la nostra vita…

Il catastrofismo è fuori posto. I robot hanno un interruttore, si possono spegnere e si scaricano! I robot ce li abbiamo da sempre, pensiamo ad esempio alle ruspe. Ora sono dotati anche di una intelligenza algoritmica molto avanzata: è come se avessimo una ruspa che però ha anche il computer per pensare, e questo ci fa sentire minacciati come specie. Però è più una questione di psicologia dell’essere umano.

La vera minaccia secondo me è che l’intelligenza artificiale è in mano a pochi grandi gruppi: tutti i nostri dati sono custoditi in mano a pochi e su questo bisogna essere molto cauti. Per il resto, quello che fanno questi robot è rimpiazzare i lavori ad alta routine sia manuale che cognitiva. Pensiamo alla macchina a vapore, al televisore, al telefono, ecc…queste cose sono sempre successe, anche se su archi temporali molto lunghi, e quindi la società faceva in tempo a metabolizzare l’innovazione.

In tempi recenti le innovazioni – robot, intelligenza artificiale – sono diventate velocissime e quindi fatichiamo come società a metabolizzarle. È normale che il robot sostituisca i lavori di routine, il problema è che a livello sociale non c’è la capacità di creare un sistema adeguato che permetta, ad esempio, a chi perde il lavoro di ricollocarsi, che non ci sia un investimento sulle persone, sui lavoratori per la formazione continua. Questo è un aspetto di cultura e società, ma è più una conseguenza, che dobbiamo imparare a fronteggiare in tempi più rapidi.


Secondo lei, l’opinione pubblica viene informata in modo corretto e sufficiente sui risultati della scienza?
Credo che il nostro Paese sia molto impreciso, con una scarsissima predisposizione all’informazione scientifica.

Questo dipende già dalla formazione nelle scuole, quindi da un lato c’è scarso investimento nella divulgazione scientifica, dall’altro c’è un popolo non molto ricettivo per questione di formazione e di cultura, e questa non è una buona combinazione.

Basta vedere quanto scarso è lo spazio sui media, in televisione, sui giornali, quanto poco venga dedicato alla scienza ma anche alla pubblicità comparativa: noi non mettiamo mai due numeri uno di fronte all’altro e l’imprecisione è nemica del metodo scientifico.

Bisognerebbe fare molto di più per comunicare e per appassionare soprattutto i giovani alla scienza.


Come e quanto l’IIT collabora con i centri di ricerca internazionali e come viene percepita all’estero la ricerca italiana?
La scienza italiana è percepita bene, gli italiani si sono fatti onore nel mondo, esportiamo purtroppo più cervelli di quanti ne importiamo. Siamo noti per essere creativi, bravi, una risorsa di elevata qualità, ma siamo anche noti per avere un modello di ricerca che non è adeguato agli standard internazionali. Noi reclutiamo in maniera strana che non è quella internazionale, abbiamo scarsa mobilità, ci si laurea in posto e sempre lì si diventa professori: questo è tutto il contrario di quello che succede all’estero.

Dovremmo investire di più, però è anche vero che non è solo una questione di soldi, ma anche di regole: bisogna fare autocritica sul fatto che le poche risorse non sono utilizzate benissimo. Questo è un po’ percepito anche all’estero.


Come vede l’attuale panorama della ricerca scientifica in Italia?
Abbiamo un ottimo livello formativo che però non può vivere di rendita all’infinito.

C’è l’incapacità di fare infrastrutture, che invece sono molto importanti, e abbiamo un modello baronale che va combattuto valutando le persone in modo serio e dando autonomia ai giovani.

Questo può avvenire solo con il reclutamento internazionale e con una maggiore mobilità.

Per essere attrattivi bisogna prendere i giovani che ci sembrano migliori e puntare su di loro.

L’IIT quando deve assumere qualcuno fa una call internazionale e chiama un panel di esperti esterni che individua i profili più adatti.

Non scegliamo noi, perché se lo facessimo arriveremmo inevitabilmente a scegliere i nostri.

Così ci adeguiamo ai più elevati standard internazionali.

Nel mondo si fa così.



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