IL FUTURO DELLA SCIENZA

Una manifestazione voluta dal Prof. Umberto Veronesi, con lo scopo di educare le nuove generazioni alla scienza e ai risultati della scienza.
Intervista a Chiara Tonelli, Professore Ordinario di Genetica presso l’Università degli Studi di Milano, Segretario Generale della Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza

Il Futuro della Scienza è un ciclo di conferenze internazionali annuali organizzate congiuntamente dalla Fondazione Umberto Veronesi, dalla Fondazione Silvio Tronchetti Provera e dalla Fondazione Giorgio Cini.

L'obiettivo delle Conferenze è quello di esaminare l'importanza dello sviluppo scientifico come mezzo per migliorare la qualità della nostra vita e delineare un nuovo ruolo della scienza nella società del terzo millennio.


Prof. Tonelli, come è nata l’idea di questa manifestazione scientifica?
L’idea è nata nel 2004 dal Prof. Umberto Veronesi. Parlando con lui è emersa la convinzione che sia dovere di noi ricercatori quello di portare a livello della società civile le scoperte scientifiche, per far capire come la scienza migliora la qualità della vita. Tutto ciò che noi usiamo quotidianamente, dai telefonini ai dispositivi tecnologici ai farmaci, deriva dalla ricerca. La scienza è al fianco delle donne e degli uomini per migliorare la qualità di vita delle persone, ma anche del pianeta.


L’opinione pubblica viene informata in modo corretto e sufficiente sui progressi della scienza?
Spesso il valore della ricerca scientifica non viene compreso fino in fondo e anzi a volte si assiste ad un atteggiamento di paura nei confronti della scienza, forse proprio perché tante scoperte non sono state e non sono adeguatamente spiegate. Fare una divulgazione corretta è difficile, perché richiede tempo e spesso lo spazio, ad esempio nei contenitori televisivi, non è sufficiente. E così corriamo il rischio di essere sommersi da fake news. Un esempio è ciò che è accaduto recentemente sul tema vaccini. È fondamentale educare le nuove generazioni alla scienza e ai risultati della scienza.


Come vengono scelti i temi da affrontare ad ogni edizione?

Scegliamo ogni anno temi diversi, per approfondire ambiti differenti e fornire quindi spunti sempre nuovi. Una volta scelto il tema generale, insieme alle tre Fondazioni coinvolte, vengono individuati gli scienziati dei vari settori, chiamati a presentare le novità nel loro campo, con un linguaggio comprensibile a tutti, ma mantenendo la fedeltà all’approccio scientifico. Quindi, serietà nella divulgazione, coinvolgendo i giovani, i media, la società nel suo complesso. Abbiamo parlato di nanotecnologie, di energia, di rivoluzione digitale, della rivoluzione legata al sequenziamento del DNA e siamo arrivati alla medicina di precisione.


Parliamo proprio di medicina di precisione: che cos’è e che cosa rappresenta per il futuro della ricerca ma soprattutto per la qualità della nostra vita?
È la medicina ritagliata su ogni singola persona, per mirare le cure sulla base delle caratteristiche genetiche di ognuno. Solo per fare alcuni esempi: nel tumore al seno, i geni mutati sono diversi in una donna rispetto ad un’altra e quindi non sono efficaci gli stessi farmaci. Se una persona ha la pressione alta occorre trovare il dosaggio giusto del farmaco, perché un paziente può avere un modo di degradarlo più velocemente e quindi è necessario un dosaggio più alto. L’obiettivo è quello di trovare i marcatori genetici che possano far capire qual è la terapia più efficace per ognuno. La ricerca va avanti. Siamo arrivati al sequenziamento del genoma, ma adesso dobbiamo tradurre, interpretare e capire come si esprimono i 25.000 geni esistenti. Un giorno potremo avere una cura ritagliata su ognuno di noi e potremo soprattutto fare una efficace prevenzione. Potremo avere dei biomarcatori attraverso i quali capire con un semplice esame del sangue se stiamo sviluppando una patologia cardiovascolare o un tumore e pertanto fare indagini approfondite.


Come vede l’attuale panorama della ricerca scientifica in Italia?
La nostra ricerca è molto forte. Abbiamo gruppi che si confrontano a livello internazionale senza nessun problema. I ricercatori italiani sono molto bravi e vantano un alto numero di pubblicazioni e citazioni. Purtroppo però poche sono le risorse destinate alla ricerca, che spesso può contare solo sul contributo dato da Fondazioni. Molti ricercatori vanno all’estero e difficilmente tornano, proprio perché non ci sono le condizioni, non ci sono investimenti adeguati.


Oggi le donne laureate sono più degli uomini, ma la presenza femminile nel mondo della scienza è sempre scarsa. Perché e come si può cambiare?
I segnali di un cambiamento ci sono. Stanno aumentando le donne nel settore della chimica, della medicina, della fisica, mentre ci sono settori in cui il numero è ancora basso, perché persiste ancora un limite culturale. Mi aspetto che aumenti il numero di donne in posizioni di responsabilità come sta già accadendo nelle università e negli ospedali.


Lei ha dedicato la sua vita alla ricerca. Su quali ambiti è focalizzato il suo lavoro?

Ho cominciato a fare ricerca nel 1975, mi ha sempre appassionato fare qualcosa che possa migliorare la qualità della vita delle persone. In questo momento il mio gruppo sta lavorando in due ambiti. Il primo riguarda la ricerca per migliorare la produttività delle piante coltivate nelle attuali condizioni di cambiamento climatico, caratterizzato da mancanza di acqua. Stiamo studiando i meccanismi a livello molecolare per ottenere piante più resistenti e produttive in condizioni di scarsità di acqua, il principale fattore di minor produttività a livello mondiale. L’altro ambito riguarda un tema di grande attualità, la nutrigenomica, cioè come la nostra alimentazione influisce sull’attività dei nostri geni aumentando o riducendo ad esempio il rischio di sviluppare malattie croniche (tumori, malattie cardiovascolari, ecc). Una dieta ricca in frutta e verdura come la Dieta mediterranea ne riduce il rischio perché questi alimenti contengono sostanze bioattive, come le antocianine (pigmenti rossi presenti nel vino rosso, nelle arance rosse, nel radicchio, nel mais rosso ecc) che agiscono diminuendo i livelli di infiammazione cronica alla base dello sviluppo delle malattie croniche.


Che cosa significa per lei, dal punto di vista professionale ma anche personale, occuparsi di The Future of Science?
Occuparmi di questa manifestazione scientifica mi permette di spaziare in tutti i campi, di confrontarmi con scienziati in tanti ambiti differenti e quindi è una opportunità di grande apertura culturale. Ho avuto la possibilità di incontrare e conoscere eminenti personalità nel mondo della ricerca. Una bellissima esperienza, quindi, che mi arricchisce sotto il profilo professionale, ma anche umano.



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