LO SPORT NON AMMETTE DIFFERENZE

Anche solo un bambino trascinato fuori di casa e convinto a fare sport, di nuovo insieme agli altri, è il mio più grande successo personale, oltre che l’orgoglio dell’intero movimento paralimpico.
Intervista a Luca Pancalli - Presidente CIP, Comitato Paralimpico Italiano

Presidente, le dico il sentimento che provo quando penso alle paralimpiadi e agli atleti paralimpici: ammirazione, stupore.
Mi sembrano supereroi. Ha ancora senso oggi distinguere tra atleta olimpico e paralimpico? Dove sono veramente i limiti?

Amo ripetere, da sempre, che la famiglia dello sport paralimpico è una e una sola. Oggi, più che mai, le differenze tra i due mondi si sono ridotte. Il livello tecnico e agonistico degli atleti paralimpici, in questi anni, è notevolmente cresciuto e sono i numeri a dirlo.

Oggi tanti atleti paralimpici potrebbero partecipare a competizioni olimpiche e molti di loro andrebbero a medaglia. Non è un caso che, anche in Italia, vi siano esempi di nostri atleti chiamati anche nelle Nazionali Olimpiche.

Quello cui siamo arrivati oggi, dopo anni di duro lavoro, è a non distinguere più tra atleti olimpici e paralimpici: di fronte alla prestazione, emerge semplicemente la connotazione di atleta, con la ‘a’ maiuscola.


Qual è oggi il suo più grande obiettivo, il suo più forte impegno, come Presidente del CIP?
Siamo stati appena riconosciuti ente pubblico e questo è un traguardo per noi significativo, perché in questo modo si dà pieno riconoscimento alla mission e alla funzione sociale del movimento paralimpico italiano.

A breve inaugureremo l’impianto del Tre Fontane di Roma, una struttura che ribalta il concetto di integrazione. Si tratta, infatti, di un impianto sportivo nato per gli atleti paralimpici ma che accoglierà tutti, anche chi disabile non è, presentandosi come punto di riferimento fondamentale per l’area in cui sorge.

Stiamo lavorando quindi nella direzione di una possibile assunzione degli atleti paralimpici nei corpi sportivi dello Stato e nei corpi militari dello Stato, in seguito a regolare concorso, come già avviene per gli atleti olimpici, obiettivo che mi sta particolarmente a cuore sin dall’inizio del mio percorso alla guida del movimento paralimpico italiano, ma anche all’individuazione di meccanismi agevolativi perché sia introdotto una sorta di status di atleta paralimpico nel caso lo stesso sia un lavoratore e venga chiamato a indossare la Maglia Azzurra e a rappresentare l’Italia.

Si lavora, quindi, su molti fronti per un obiettivo: diffondere un concetto di cultura della normalità e di sport che, in definitiva, non ammette differenze.


Ci spieghi cos’è una paralimpiade, come e dove si preparano gli atleti e cosa davvero la distingue, se c’è qualcosa, da una Olimpiade?
La distinzione esiste a livello di palcoscenico, la diversificazione tra Olimpiadi e Paralimpiadi va letta come effetto della differente mission che mondo olimpico e paralimpico hanno: le Paralimpiadi servono a cambiare la percezione della disabilità, sono uno strumento di rappresentazione e dimostrazione delle straordinarie potenzialità che ha lo sport, per le persone con disabilità, mentre le Olimpiadi sono essenzialmente una vetrina dell’altissimo livello agonistico raggiunto dalla prestazione sportiva. Aggiungo, quindi, che questa distinzione ci rende orgogliosi, è la misura del nostro portato specifico, in termini valoriali.


Lei è stato un atleta e oggi incontra tanti atleti con disabilità: qual è il tratto che accomuna tutti, pur nelle differenti storie personali?
Quello che accomuna queste persone è il filo rosso della sofferenza, di un percorso duro e di dolore, ma anche la consapevolezza e la volontà di riappropriarsi della propria vita e di farlo attraverso la pratica sportiva.


Tantissimi ragazzi, soprattutto durante l’adolescenza, abbandonano la pratica sportiva. Si potrebbe fare di più per promuovere il valore fondamentale dello sport?
Credo che, anche in questo senso, i nostri atleti abbiamo molto da dire, contagiando in maniera virtuosa la società e insegnando cosa voglia dire superare ostacoli di ogni tipo e natura per il raggiungimento di uno scopo. Poi, quanto a dover fare di più per promuovere la pratica sportiva tra i ragazzi, sono d’accordo: occorrerebbe mettere in campo politiche sociali e sportive che armonizzino le esigenze formative degli studenti con le loro esigenze sportive, un po’ come accade nei Paesi anglosassoni, che in questo sono un esempio strategico di organizzazione.


Lo sport paralimpico rappresenta una sorta di zona franca, un “luogo” in cui la diversità diventa normalità, in cui gli ostacoli si abbattono, in cui è solo l’abilità, seppure diversa, a vincere. Ma fuori dal mondo paralimpico come stanno davvero le cose?
Nella vita di tutti i giorni, nei luoghi di lavoro, nelle università, nelle scuole. Il mondo paralimpico è un modello, in questo senso. Qui la disabilità è un valore e una straordinaria opportunità, ma non dappertutto, nella società, è così. C’è ovviamente molto ancora da fare per alzare il livello di consapevolezza della disabilità come risorsa e ricchezza.

Bisogna radicare il concetto che il disabile è prima di tutto una persona, titolare di diritti ed espressione di potenzialità. Nel mondo del lavoro, ad esempio, si deve ancora contrastare la cultura che associa il lavoratore con disabilità alla persona inefficace e inabile. Ma la funzione del movimento paralimpico è anche questa: di tenere alti i riflettori sulle ‘paralimpiadi’ quotidiane che devono affrontare tutti i disabili in Italia, che stentano ad avere il giusto risalto. Ci poniamo in una posizione di servizio sociale, diciamo così, puntando a innescare una grande rivoluzione culturale.


Un dirigente sportivo non ha a che fare solo con atleti e preparatori, ma anche con il mondo delle istituzioni, della burocrazia, della politica. Quali sono le più grandi difficoltà che incontra?
La mia posizione, nei confronti della politica e delle istituzioni, è sempre stata di rispetto dei ruoli, laddove la politica sia intesa genuinamente come servizio al Paese, e come risposta alle nostre domande di integrazione e valorizzazione della disabilità.


Parliamo di calcio e di danza in carrozzina. Danza e calcio sono due mondi complicati…
Di calcio adattato per persone con disabilità non si parla mai, ma esiste.Ha un movimento consistente di praticanti, il calcio a 5 per disabili visivi, ipovedenti e ciechi totali, mentre è in fase sperimentale ma raccoglie consensi e curiosità il calcio per amputati, che ha recentemente formato una rosa nazionale e che come il calcio con la palla sonora dei disabili visivi è davvero spettacolare e sorprendente. La danza in carrozzina ha raccolto l’onore delle cronache sportive ai Mondiali di Roma 2015, e da allora ha sicuramente lasciato il segno in termini di comunicazione e ritorno di immagine. Anche la danza in carrozzina ha numeri importanti, e la FIDS fa tutto il possibile, come fanno la FISPIC e lo CSI rispettivamente per il calcio a 5 e il calcio amputati, per promuovere la disciplina.


Quali sono i prossimi appuntamenti ai quali si stanno preparando gli atleti paralimpici?

Sicuramente, in questo che è l’anno pre-paralimpico degli sport invernali, gli atleti che praticano il para ice hockey, lo sci alpino e lo snowboard sono in piena attività di preparazione e affinamento della tecnica di gara.

Saremo presenti a PeyongChang in queste sole tre discipline, non essendosi qualificato il curling in carrozzina e non avendo ancora nuove leve promettenti nello sci nordico. Però, reduci da Sochi 2014 che è stato l’anno zero degli sport invernali paralimpici, con la totale e inedita mancanza di medaglie azzurre, arriveremo affamati di riscatto.


Essere Presidente del CIP è una enorme responsabilità e un impegno straordinario: insomma, chi glielo fa fare?
Innanzi tutto la forte convinzione personale, che mi ha accompagnato e illuminato nel percorso di crescita fatto sin qui, poi il fatto che c'è ancora tanto da fare per far sentire il Paese fiero dei suoi campioni sportivi disabili e la consapevolezza che la pratica sportiva è l’antidoto a moltissimi disagi sociali, insieme a una politica di welfare sostenibile e virtuosa.

Poi mi spinge l’idea che fare sport, con una disabilità, è un modo per stare insieme e porsi sempre nuovi traguardi, primo tra tutti la massima autonomia possibile e l’autostima. Poi ‘me lo fanno fare’ le migliaia di email che arrivano sulla posta del Comitato e che ci mandano giovani, adulti e famiglie, persone disabili e non, che si sono emozionati guardando in tv le gesta dei nostri campioni ai Giochi di Londra 2012, poi a Rio 2016, che si sono convinti delle straordinarie abilità nascoste in ognuno di noi. Anche solo un bambino trascinato fuori di casa e convinto a fare sport, di nuovo insieme agli altri, è il mio più grande successo personale, oltre che l’orgoglio dell’intero movimento paralimpico.



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