NON MOLLATE!

Roberto, siracusano, da sempre sportivo e ancor prima dell'incidente istruttore di tennis e arbitro di pugilato, è attualmente il primo ed unico ufficiale di gara al mondo abilitato ad officiare incontri di boxe con una protesi transtibiale di ultimissima generazione.
Intervista a Roberto Camelia, l’arbitro con la protesi

Il 2 gennaio del 2013, soccorrendo e salvando un automobilista finito fuori strada, veniva a sua volta falciato perdendo la gamba sinistra sotto il ginocchio. Dopo 66 giorni in ospedale a Siracusa, arriva al C.R.C. Casalino, eccellenza italiana per le protesi. Nel luglio 2013 viene nuovamente operato al Rizzoli di Bologna dal Professor Manfrini, medico chirurgo tra i migliori al mondo nelle problematiche relative ad amputazioni traumatiche.

Tornato al Casalino, gli stessi tecnici ortopedici di Alex Zanardi incominciano il cammino per fargli indossare la protesi.

In quest’occasione conosce Alex, con il quale partecipa ad un talk show ripreso da Italia 7: con loro, campioni mondiali paralimpici come Caironi e Vio e lo scalatore Bruzzone. Innumerevoli le tv, i giornali e le riviste che seguono questa storia di straordinaria sensibilità.

Anche Giusy Versace interloquisce con Roberto e si interessa alla sua vicenda. Il presidente del Coni e quello della Repubblica scrivono molte volte a Roberto per complimentarsi con lui: prima per il gesto e poi per l’attività sportiva, al mondo unica nel suo genere. Una commissione medica federale ad hoc lo visita nell’aprile del 2014 e nel giugno successivo gli rilascia il nulla osta per tornare ad arbitrare: Roberto era Arbitro/Giudice di box dal 2010 nonché istruttore e discreto giocatore di tennis. Ha ricevuto i più prestigiosi riconoscimenti al merito sportivo e al coraggio, è stato testimonial a titolo gratuito per un gruppo farmaceutico multinazionale e la sua storia è stata raccontata e romanzata dagli studenti di scrittura creativa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Dopo aver perso la sua azienda storica, non essendo stato in grado di lavorare per più di un anno, comincia a girare l’Italia e il mondo per sensibilizzare le persone alle tematiche dello sport e della disabilità, argomenti che tratta anche sulla sua pagina ufficiale di Facebook: “Roberto Camelia l'arbitro con la protesi”.

Sarebbe troppo lungo elencare tutti gli eventi di sensisibilizzazione che lo hanno visto protagonista, anche all’interno di molte scuole secondarie di primo e secondo grado, e i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti per il suo impegno sociale, tra cui la distinzione onorifica di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Tra i progetti realizzati c’è la costituzione di Sport&Mente Onlus, che si occupa di inclusione della disabilità attraverso lo sport.

Roberto, che cosa rappresenta per lei lo sport?

Ho sempre visto lo sport come un grosso contenitore, uno di quegli scatoloni dove i bimbi conservano i loro giocattoli. È una opportunità di gioco, di conoscenza, di condivisione con gli altri delle proprie passioni. L'aspetto ludico è molto importante, lo sport deve essere visto come un momento di piacere, scevro da quelle ansie che spesso l’agonismo implica.

Dopo l’incidente avrebbe potuto scegliere di rinunciare all’arbitraggio e nessuno glielo avrebbe certo rimproverato. Perché ha deciso invece di continuare?
L’arbitraggio mi consente di connettermi con la mia grande passione, che è la boxe. È un mondo magico che difficilmente avrei abbandonato; avrei fatto un torto a me stesso e sarebbe stata quasi una mancanza di rispetto verso questo ambiente che mi ha trasmesso i valori dello sport. Io sono caduto ma mi sono rialzato ed ho continuato a combattere; nel mio caso combattere, è stato ritornare ad arbitrare sul ring. Oggi lei è diventato un punto di riferimento, una sorta di “eroe” contro le barriere. È una grossa responsabilità. Eroe è di certo una parola grossa, magari; credo di essere un piccolo esempio per qualcuno. Molte persone hanno riposto in me la loro fiducia e questo non è soltanto motivo di grande orgoglio, ma rappresenta anche un onere, una responsabilità a cui non desidero sottrarmi. Loro sono il carburante che mi aiuta a non demordere anche quando c’è qualche giorno più buio.

Lei incontra tante persone disabili, persone che a causa di incidenti o altre cause si ritrovano a fare i conti con la “mancanza”, con la perdita di qualcosa di sé, con la disabilità. Solo chi è abbastanza forte riesce a realizzare comunque i suoi sogni, a non arrendersi?

Non tutti reagiscono allo stesso modo, ciascuno di noi ha tempi diversi per metabolizzare il dolore e il cambiamento non solo fisico, ma della propria esistenza. Una delle componenti fondamentali è infatti l’accettazione della perdita fisica e la reazione a qualche limite imposto dalla sopravvenuta disabilità. Occorre continuare a credere nelle proprie abilità, in se stessi, inseguire i sogni con la medesima intensità. La famiglia, gli amici, l’ambiente in cui vivi possono aiutarti tantissimo, ma il primo a crederci devi essere tu.

Quali sono oggi le barriere più difficili da superare per le persone con disabilità?
Ancora oggi possiamo dire che l’Italia non è un Paese per tutti. Barriere architettoniche, limitazione nei servizi dei trasporti, pregiudizi in campo lavorativo e discriminazioni di vario genere sono il vero handicap della nostra società verso le persone con disabilità. Occorre lavorare insieme per offrire una maggiore tutela dei diritti di quasi cinque milioni di persone con disabilità.

Ci parli di Sport&Mente. Come è nata e quali sono i suoi obiettivi?
La Sport&Mente è una associazione onlus nata nel 2016 per promuovere e sensibilizzare la comunità all’inclusione sportiva, alla completa integrazione delle persone con disabilità. Grazie infatti ai moltissimi incontri nelle scuole racconto ai giovani la mia personale vicenda dimostrando come lo sport possa diventare strumento essenziale per riprendere in mano la propria esistenza dopo un evento traumatico o una malattia. Tratto quindi il rispetto delle regole non solo in ambito sportivo, ma in generale nella quotidianità. Tematiche quali la sicurezza stradale per prevenire incidenti, doping nell’attività agonistica o accessibilità dei luoghi, vengono sempre discussi nei miei incontri coi ragazzi. Saranno infatti le generazioni future i destinatari delle idee e delle azioni, dei nostri propositi. Nessuno deve restare indietro, la società dovrà impegnarsi per dare a tutti l’opportunità di una vita piena e soddisfacente. I giovani pertanto sono la mia priorità soprattutto nella vita quotidiana; è importante dire loro che saranno il nostro futuro e da loro partiranno le idee e gli indirizzi che seguiranno domani. Nessuno deve restare indietro, la società deve dare a tutti pari opportunità per una vita piena e una esistenza soddisfacente quindi è indispensabile comunicare ai giovani le nostre esigenze.

Arbitrare con la protesi. Che cosa significa per lei, e per chi la segue?

Dimostrare che una protesi, un ausilio, può permettere di riprendere le attività di un tempo è una grande gioia. Volontà e tecnologia si uniscono e si mettono al servizio della collettività. Quindi chi mi segue può facilmente intuire che io sono solo un modesto esempio, ma che tutti con un ausilio funzionale possono rimettersi in gioco, nello sport come nella vita.

Quali sono i suoi prossimi obiettivi?
Sto collaborando anche con una organizzazione internazionale che si chiama Abo Adaptive Boxing Organization, che promuove in tutto il mondo gli sport da combattimento adattato affinché anche la boxe possa avere la sua disciplina paralimpica a breve. Ultimamente oltre alle varie attività di cui ho parlato, sono molto impegnato con il libro sulla mia vita, che sto scrivendo insieme a un giovane psicologo, il dottor Luca Cianci. Crediamo che la mia vicenda possa essere da stimolo a chi sta vivendo una problematica simile e crede di non farcela. Una piccola testimonianza per dire a tutti: non mollate!



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