IL VERO GIOCO DI SQUADRA

In Italia ha avuto inizio nel 2011 l’avventura del rugby in carrozzina, su iniziativa della Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali e di alcuni atleti disabili veneti che ne hanno intuito l'importanza e le possibilità di sviluppo nel nostro Paese.
Di Gina Cavalieri - Promozione e sviluppo Wheelchair Rugby Italia

Per chi non conosce questa realtà: che cos’è il rugby in carrozzina, come è nato e come è diventato disciplina paralimpica?
Il rugby in carrozzina (Wheelchair Rugby) è una disciplina paralimpica, nata in Canada nel 1977 da un gruppo di atleti tetraplegici ai quali qualsiasi altro sport paralimpico di squadra era precluso a causa delle gravi limitazioni fisiche. Per praticare questo sport infatti è necessario avere lesioni a 3 arti.

La prima apparizione fuori dal Canada vi fu nel 1979 durante una manifestazione in Minnesota; nello stesso anno venne organizzato il primo Campionato Nazionale Canadese. Dopo soli due anni, nacque la prima squadra negli Stati Uniti e si organizzò il primo torneo internazionale a squadre che riuniva i team degli Stati Uniti e del Canada. Successivamente, nel 1989 a Toronto, si tenne il primo torneo internazionale con squadre provenienti da Canada, Stati Uniti e Gran Bretagna, evento che diede un grande impulso per lo sviluppo di questo sport. Nel 1993 questa disciplina è stata riconosciuta ufficialmente a livello internazionale ed è stata istituita la Federazione Internazionale di Rugby in Carrozzina (IWRF).

Nel 1994 il Wheelchair Rugby è stato ufficialmente riconosciuto dal Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) come sport paralimpico e l’anno successivo si sono svolti i primi Campionati Mondiali di WR a Nottwil, in Svizzera, nel 1995, con otto squadre in gara. Nel 1996 il WR è stato incluso come sport dimostrativo ai Giochi Paralimpici di Atlanta raggiungendo nel 2000, ai Giochi Paralimpici di Sydney, la qualifica di sport premiato con medaglie. Oggi viene praticato in trenta paesi al mondo e alle Paralimpiadi di Londra nel 2012 è stato lo sport più visto e con la maggior quantità di pubblico. Si tratta infatti di uno sport di contatto, veloce e di grande effetto visivo. In Italia ha avuto inizio nel 2011 su iniziativa della Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali (Fispes) e di alcuni atleti disabili veneti che ne hanno intuito l'importanza e le possibilità di sviluppo nel nostro Paese.

La caratteristica fondamentale di questo bellissimo sport è quella di dare la possibilità a persone affette da disabilità molto gravi, per la maggior parte in giovane età, di praticare un’attività agonistica di squadra con caratteristiche simili al rugby e con componenti tecnico tattiche di pallacanestro, pallamano e hockey su ghiaccio. Oltre all'aspetto agonistico c’è poi l'aspetto sociale e di integrazione: i benefici per chi pratica questo sport sono molteplici, sia a livello fisico che psicologico, in particolare si ha un incremento della forza muscolare, della capacità di equilibrio, della sinestesia e della coordinazione motoria grazie alla ripetizione consapevole e finalizzata degli atti motori. Sul piano psicologico, oltre all'aspetto relazionale tra compagni di squadra, volontari in assistenza e lo staff specifico del team sportivo, si riscontra lo sviluppo di uno stato di soddisfazione generale e di potenziamento della capacità di concentrazione e di contenimento degli stati emotivi che favorisce un maggior controllo nelle situazioni riscontrabili nella vita quotidiana.

Si ha inoltre un notevolissimo accrescimento dell'autonomia, grazie alla conoscenza delle proprie potenzialità e al riconoscimento, per quanto possibile sereno, delle proprie difficoltà. Questo sport è unico in quanto si rivolge a persone, maschi e femmine, con lesioni spinali, complete o parziali che interessano sia gli arti superiori che quelli inferiori. La validità è proprio quella di integrare persone con diverse abilità che trovano poco spazio nel panorama sportivo e che nel rugby in carrozzina, proprio in base al tipo di limitazione funzionale, ricoprono compiti precisi nelle fasi di difesa e attacco e danno vita a un gioco di grande impatto emotivo contraddistinto da tattica e dinamismo.


Da chi è composta la Nazionale Italiana rugby in carrozzina?

Il riconoscimento del rugby in carrozzina tra le discipline federali istituzionali ha dato un grande slancio al movimento e ha messo in moto tutta una serie di iniziative dedicate allo sviluppo di vari programmi di reclutamento e di diffusione della disciplina. È un'operazione non facile per diversi motivi: innanzitutto per il tipo di disabilità che in Italia ancora oggi non consente una vita sociale pienamente integrata ed autonoma: spesso i potenziali giocatori non guidano l'auto e devono essere accompagnati da familiari e tendono ad uscire poco da casa. Inoltre, trattandosi di uno sport di contatto, che spesso provoca ribaltamenti delle carrozzine, può creare preoccupazione e iniziale timore. Non ultima difficoltà, la scarsità di risorse economiche disponibili oggi per gli sport paralimpici.

Al momento, grazie ai grandi sforzi dei volontari, degli appassionati e della Fispes, sono state costituite 6 società sportive a Milano, Roma, Padova, Vicenza, Verona e Catania, per un totale di circa una quarantina di praticanti la disciplina La rappresentativa nazionale oggi è costituita da una dozzina di atleti provenienti per lo più dal nord est (in particolare dal Veneto) zona nella quale lo sport è nato. Sono ragazzi giovani, motivati, con molta grinta e determinazione a superare le loro difficoltà e a migliorare un po' alla volta la posizione nel ranking internazionale.


Si tratta di uno sport che richiede un enorme sforzo fisico. Come avviene la preparazione atletica?

È uno sport che richiede una forza fisica commisurata con le capacità motorie degli atleti; come negli altri sport paralimpici di squadra, ad ogni atleta viene dato un punteggio che varia in base alle capacità neuromuscolari e potenzialità funzionali residue: ognuno deve dare il massimo di quello che può ragionevolmente dare. I giocatori vengono allenati, oltre che individualmente, anche a facilitare il gesto atletico agonistico dei compagni proprio in base alle caratteristiche di ciascuno. Questo è un grande insegnamento di vita, non solo di sport! Molti gruppi di lavoro avrebbero da imparare cosa vuol dire “gioco di squadra” guardando un incontro di rugby in carrozzina. L'obiettivo è proprio quello di sviluppare e allenare al massimo il potenziale di ciascuno degli atleti.

La preparazione atletica viene garantita dagli allenamenti settimanali nei rispettivi club e da raduni mensili di 2 giorni, nei quali gli atleti della Nazionale si allenano con il responsabile tecnico. Dall'ottobre 2015 la squadra è seguita da un progetto molto innovativo, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e gestito dal Dipartimento di Neuroscienze della Scuola di Medicina dell'Università di Padova che segue gli atleti dal punto di vista agonistico e di miglioramento neuro muscolare. I raduni vengono svolti presso l'Opera immacolata Concezione di Padova.


Qual è il tratto che accomuna tutti i giocatori, pur nelle differenti storie personali?
Recentemente è stato pubblicato un libro di fotografie proprio sugli atleti della Nazionale Italiana di rugby in carrozzina. Alle foto sono state aggiunte le interviste con le storie di vita dei giocatori. Gli autori non hanno avuto dubbi nel dare il titolo al libro, che hanno chiamato “Vincenti”: ciò che accomuna i giocatori, che noi dello staff amiamo chiamare i nostri “guerrieri”, è la capacità di far fronte alle difficoltà e di reagire con coraggio e determinazione, dimostrando quella che oggi viene chiamata “resilienza”, cioè il saper reagire alle prove a volte estremamente dure e dolorose che la vita propone.

I nostri atleti riescono a vivere la disabilità in modo sereno per quanto possibile e soprattutto molto, molto autoironico, e questo probabilmente anche grazie alla possibilità di sentirsi, ognuno, parte fondamentale di una squadra.


Lo sport paralimpico rappresenta una sorta di zona franca, un “luogo” in cui la diversità diventa normalità, in cui gli ostacoli si abbattono, in cui è solo l’abilità, seppure diversa, a vincere. Ma fuori come stanno davvero le cose? Nella vita di tutti i giorni, nei luoghi di lavoro, nelle università, nelle scuole…
Lo sport paralimpico ha avuto negli anni recenti un notevole sviluppo, parallelamente ad una aumentata sensibilità e conoscenza delle problematiche relative alla disabilità, ma anche parallelamente alla consapevolezza delle enormi risorse che possono essere messe in campo dalle persone con disabilità.

Nel nostro Paese si stanno facendo progressi notevoli da questo punto di vista, ma ancora moltissima strada c'è da fare.

Proprio la testimonianza dei nostri atleti può essere la dimostrazione di come sia fondamentale utilizzare le risorse di ognuno in base alle proprie capacità, sviluppandole, allenandole e facendole emergere. Gli atleti del rugby in carrozzina sono infatti molto spesso invitati a partecipare a incontri di sensibilizzazione nelle scuole di ogni ordine e grado.


Quali sono i prossimi appuntamenti ai quali si stanno preparando gli atleti?
A Nottwil ci siamo posizionati sesti su otto salendo di 5 punti il ranking internazionale. Il prossimo europeo si terrà a fine 2017 e per l'anno prossimo i nostri obiettivi si concentrano sulla promozione: abbiamo bisogno di far nascere nuovi club e di far conoscere maggiormente il movimento.

Per far questo è necessario avere risorse economiche per le quali cerchiamo sponsor e partners. Fino a giugno 2017 continueranno i raduni della Rappresentativa Nazionale a Padova. Il progetto in collaborazione con l'Università di Padova prevede anche una parte di coaching sportivo.


Qual è oggi il più grande obiettivo, il più forte impegno di Wheelchair Rugby Italia?
Il più grande obiettivo, o forse sogno per una squadra nata recentemente, è quello di partecipare alle Paralimpiadi di Tokio nel 2020.



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