il capitale umano

L'innovazione deriva sempre dalla conoscenza e la conoscenza è esito di una relazione, di momenti di incontro, confronto, condivisione. Con la consapevolezza che insieme è sempre meglio che da soli.
Intervista a Angela Familiari, Direttore Generale Compagnia delle Opere di Monza e Brianza

Angela Familiari lavora dal ’96 per Compagnia delle Opere di Monza e Brianza, che dirige fin dal suo nascere e ha condotto fino agli attuali oltre mille realtà imprenditoriali associate, in maggioranza piccole e medie imprese, che operano sul territorio brianteo nei settori artigiano, manifatturiero, del commercio. Oggi CdO offre un'ampia offerta di servizi che va dall'area finanza all’internazionalizzazione dell’impresa, dalla formazione del personale, dagli strumenti a supporto dell’innovazione al fare rete.


Direttore, quali sono a suo avviso gli strumenti necessari per sostenere l’innovazione?
La parola innovazione viene quasi sempre affiancata alla parola sviluppo in un binomio pressoché inscindibile: non c’è sviluppo senza innovazione. Ma qual è il primo ambito intorno al quale a sua volta si “sviluppa” l’innovazione? La persona con la sua capacità di conoscenza. Una persona che sappia guardare alla realtà e cogliere ciò che la realtà chiede. Noi, da questo territorio che è costituito per lo più da un tessuto di piccole e medie imprese, vediamo che nel dna di chi fa impresa non c’è solo la ricerca del profitto per il profitto ma anche, quando non soprattutto, la volontà di lasciare un segno positivo sul territorio e un contributo al bene comune.

Questo desiderio ha permesso a molti di non tenere lo sguardo fisso solo sul proprio lavoro ma di guardarsi intorno, confrontarsi, cogliere e dare spunti che possano essere alla base di nuovi progetti. Noi possiamo dire di avere in un certo senso appreso anche dagli imprenditori stessi che l'innovazione deriva sempre dalla conoscenza e che la conoscenza è esito di una relazione, di momenti di incontro, confronto, condivisione. Dalla consapevolezza che insieme è sempre meglio che da soli, perché da soli è alto il rischio di continuare a vedere, specialmente nei momenti di crisi, sempre e solo i problemi, mai le soluzioni.

L’innovazione come sopra descritta non si genera però da sola. Va favorita tramite luoghi destinati: momenti di educazione che segnino e insegnino come ogni cosa prende forma se a fronte di un obiettivo ci sono gli strumenti per perseguirlo. Questo ha generato nella nostra associazione una progressiva volontà e capacità di favorire la relazione, il “fare con”, tramite svariati strumenti che hanno preso di volta in volta il nome di “Matching”, “Expandere”, “Sharing”, i tavoli di filiera locali e nazionali, iniziative che si sono evolute nel tempo e che hanno a loro volta generato nel Paese analoghe attività basate sulla formula della condivisione e dell’incontro.

Altro strumento imprescindibile è l’ambito della scuola e dell’università che sollecita nei giovani la domanda e la capacità di guardare con autentico interesse al nuovo costruendo in ciascuno la predisposizione a divenire parte in futuro del più prezioso capitale dell’impresa: il capitale umano. Da ultimo, ma non per importanza, va ricordato il livello di responsabilità istituzionale. Chi si occupa delle politiche industriali è chiamato a realizzare strumenti che portino il reale sostegno agli investimenti in innovazione di modo che si attui un sistema che renda possibile in ogni impresa, anche in quella artigiana, l'opportunità di innovare.


In che modo le imprese possono sviluppare un’innovazione sostenibile?
In questi ultimi anni il termine “sostenibile” è stato utilizzato abbinandolo a economia, sviluppo, crescita, architettura, innovazione. Ciò significa che abbiamo dimenticato, lasciato indietro, qualcosa che andava invece tenuto presente.

L’ultimo secolo è stato caratterizzato da un’ondata di progresso in ogni ambito e dalla diffusione di una miriade di nuovi prodotti e servizi che hanno modificato o dato origine a un gran numero di modi di vivere e di lavorare. Il “desiderio” che prima sembrava non realizzabile, spesso lo è divenuto. Ma per capire se realmente un’innovazione sia sostenibile occorre prima capire se quel desiderio è o no confacente alla persona umana. Un richiamo che troviamo anche nell’enciclica sull’ambiente di Papa Francesco.


È vero che la crisi ha determinato un calo del tasso di innovazione? Quali sono le previsioni per l’immediato futuro per quanto riguarda il tasso di innovazione delle imprese?
Le crisi nell’immaginario collettivo hanno sempre un’accezione negativa e rappresentano agli occhi dei più il peggioramento di una condizione preesistente. La prima reazione sia personale che collettiva o di sistema è dunque l’empasse: tutto pare bloccarsi. In realtà la crisi, anche etimologicamente, è un momento di analisi e giudizio e per di più storicamente ha sempre generato innovazione.

Alcune imprese scelgono di investire proprio in periodo di crisi con un maggiore sforzo in ambito di ricerca; quindi guardiamo al periodo di crisi al di là delle statistiche ma alla luce delle esperienze passate e accettiamo l’impegno di ricordare a chi fa impresa che proprio il periodo di crisi è occasione di discernimento e presupposto necessario per un miglioramento e una rinascita. Alcune imprese proprio nei momenti di crisi hanno scelto di investire creando innovazione anche cogliendo l’occasione dei costi ridotti e di un momento di vantaggio sui concorrenti, altre hanno investito in nuovi modelli organizzativi. Alla luce di questo come associazione siamo fiduciosi.


Che cosa significa per le imprese realizzare prodotti e processi completamente innovativi? Gli sforzi innovativi ripagano? Solidarietà e innovazione sono una coppia improbabile?
L’innovazione transita anzitutto per due passaggi: una capacità di vedere il bisogno del mercato - che è un’altra forma del conoscere - e una capacità di rischiare. Però queste due caratteristiche hanno bisogno di essere accompagnate da altre due capacità: quella di giudizio e quella di sostegno economico da parte delle istituzioni preposte. Senza capacità di vedere il bisogno non può esserci innovazione. Ne è esempio il terzo settore dove la capacità di rottura col passato viene quasi sempre dettata appunto da un impellente bisogno. L’innovazione dunque ripaga sempre quando è vera cioè quando risponde a un bisogno reale. Non dimentichiamo poi l’aspetto formativo: senza una formazione continua non ci può essere sviluppo. Per innovare occorre formare se stessi e i propri collaboratori.

Altrimenti il rischio è quello di vedere infrangersi contro il muro dei problemi ogni possibilità di ripresa. Occorre passare dal pur giusto riguardo ad alcune questioni sociali ed economiche - burocrazia poco efficace, un livello di tassazione eccessivo, e altre misure che spesso scoraggiano anziché incoraggiare la libertà d’intrapresa - a un impegno che costruisce, dentro queste condizioni difficili, quei tratti di strada che ci possano condurre a nuove, impegnative, affascinanti avventure imprenditoriali. In nome di questo impegno occorre cercare dialogo con la politica, non per delegare a essa le responsabilità, ma per chiedere che venga tutelata la libertà di intrapresa senza essere ostacolati e penalizzati.


Parliamo di imprenditoria femminile nel nostro Paese: qual è il trend? Quanto è ancora necessario in Italia lavorare sulla cultura per riconoscere il contributo delle donne e progettare organizzazioni women oriented?
Non importa quanto spazio è realmente concesso al mondo femminile ma quanto il mondo femminile può dare al mondo dell’imprenditoria e allo sviluppo del Paese. Questa possibilità parte e può partire non da un rivendicazione ma solo e solamente dalla presa di coscienza di quanto ciascuno di noi può fare per lo sviluppo del nostro Paese.

Questo vale anche e anzi in particolar modo per le donne, per ogni donna. Non è una questione di diritti ma di realtà. Occorre chiedersi quanto posso realmente fare per il mio Paese, per il mio territorio, per il contesto sociale in cui sono inserita? Anche in questo campo si può sempre e solo partire dalla risposta a esigenze reali.


Cooperazione e ricerca, settore terziario e innovazione, eccellenza universitaria e sviluppo industriale: è possibile un connubio tra questi diversi mondi?
Siamo normalmente abituati a ritenere innovazione solo quanto deriva dal settore produttivo, in realtà c’è innovazione anche nel terziario, nel mondo dei servizi. Qui la personalizzazione, cioè una differenziata e mirata possibilità di fruire di ciascun servizio, fa la differenza. In questo ambito si è fatto progressivamente strada un modo nuovo di concepire il servizio stesso, rompendo con una tradizione che spesso si porta dietro costi e lentezze.

Oggi i servizi innovativi derivano per lo più dall’avere individuato una nuova modalità di fruizione, che diventa essa stessa nuovo servizio e rompe col passato. Ce ne sono svariati esempi: si chiamano innovazioni “di rottura” e sono quelle maggiormente in grado di creare sviluppo perché trasformano prodotti complicati e costosi in servizi semplici e accessibili, creando posti di lavoro. Innovativi possono essere anche i modelli organizzativi: le reti di impresa, per esempio rompono con l’idea che, per timore di farsi carpire ciascuna i propri segreti, le aziende competitor non debbano parlarsi; la realtà è che invece aziende competitor che si parlano spesso iniziano a collaborare e generano sviluppo. La vera rottura degli schemi vetusti accade però sempre più nell'ambito del terzo settore che è a tutti gli effetti il volano della “disruptive innovation”. Qui accade ciò che altrove non può accadere a causa di una eccessiva attenzione ai costi. L'azienda tradizionale di fronte alla prospettiva di creare qualcosa di radicalmente innovativo si arena spesso sul confronto dei costi tra vecchio e nuovo.

Questa modalità tende a frenare il processo innovativo. Questo non avviene, o avviene meno, nel terzo settore perché qui l’ossessione della risposta al bisogno consente vera rottura. Nel terzo settore esiste da sempre questa propensione a imparare il nuovo accompagnata da disponibilità a disimparare quanto è vecchio in una sorta di processo di formazione continua. Il terzo settore non è dunque solo un ambito da aiutare e sostenere, piuttosto un potenziale punto di riferimento e di ricchezza anche per le imprese profit che ne intendano apprendere il metodo. Affinché ciò si possa attuare è necessario che tutto il bene e il positivo che da quel mondo proviene sia conosciuto e condiviso. È evidente che esiste e deve continuare a esistere un rapporto di reciproco scambio tra impresa e ambito della ricerca universitaria: entrambi possono vicendevolmente sostenersi in un rapporto proficuo. Per cercare e trovare reciproca validazione e supporto, per attingere spunti di studio e approfondimento non esclusivamente teorico, per cogliere eccellenze e contributi.

Pensiamo a premi come il Premio Sapio e alle iniziative analoghe che hanno il pregio di essere vero stimolo alla ricerca e all’innovazione: attirano l’attenzione sul valore della ricerca scientifica e sono al tempo stesso vetrina attraverso la quale i giovani ricercatori riescono a far conoscere il proprio lavoro. È apprezzabile riscontrare che il mondo della ricerca “si piega” alle esigenze dell’impresa e che l’impresa “attinge” al mondo della ricerca come a un prezioso vivaio. Spesso da questa collaborazione nascono vere novità: start up in ambito medicale, farmaceutico, dei servizi, ma soprattutto una serie infinita di spunti e stimoli che sono punto di partenza per incubare altra innovazione. La collaborazione con l’ambito della ricerca è il maggiore investimento che si possa fare, è l’investimento sul capitale umano.



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