La grande connessione

Studio dei sistemi molecolari che mediano il sottile rapporto tra la salute fisica, la salute mentale e lo scorrere del tempo.
Di Francesco Saverio Bersani, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Neurologia e Psichiatria University of California San Francisco, Department of Psychiatry

“Il tempo è un illusione”, scriveva Albert Einstein, aggiungendo “Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.” La dimensione relativa, piuttosto che assoluta, del tempo è stata studiata per secoli. Tale concetto ha avuto ed ha tutt’ora un’enorme importanza non solo negli studi di fisica teorica o di filosofia ma anche in medicina.

L’influenza del tempo sul corpo e sul nostro stato di salute, elemento fondamentale in ogni branca della medicina, può variare in funzione di numerosi fattori. Molti studi, infatti, hanno dimostrato che nonostante il fisiologico processo di maturazione e senescenza delle cellule di un organismo segua inesorabilmente il passare del tempo, esistono delle condizioni in cui l’età “cronologica” (ovvero l’età di un individuo) e l’età “biologica” (ovvero il grado di maturazione e senilità delle cellule che compongono l’organismo) non coincidono. In altre parole, l’effetto del passare del tempo sulla biologia di una persona non è assoluto, bensì relativo. Esistono condizioni, infatti, in cui le cellule di un individuo possono invecchiare più velocemente o più lentamente rispetto all’individuo stesso. Questa considerazione potrebbe non apparire nuova. In effetti, è noto da secoli che uno stile di vita sano, un’alimentazione adeguata e un moderato livello di attività fisica, ad esempio, contribuiscono a mantenere giovani le persone, ad aumentare la durata della vita e a ritardare l’esordio di patologie legate all’invecchiamento. Molto meno noto, invece, è il ruolo che hanno i processi mentali, piuttosto che fisici, nell’influenzare il livello di senescenza cellulare.

Sebbene il razionalismo cartesiano basato sulla divisione tra res cogitans e res extensa abbia supposto per secoli una netta discontinuità tra processi corporei e processi mentali, le moderne scienze mediche e biologiche hanno superato tale “dualismo” identificando le infinite e bidirezionali modalità con cui i processi mentali e quelli corporei si influenzano reciprocamente. Non deve quindi sorprendere che recenti studi abbiano dimostrato come i pensieri, le emozioni, l’umore o le percezioni di un individuo siano in grado non solo di influenzare lo stato d’animo e la psiche, ma anche di modificare profondamente la biologia e il grado di funzionalità delle cellule. Un ruolo decisivo nella funzionalità e nel processo di senescenza cellulare è riferibile alla biologia dei telomeri. I telomeri sono brevi sequenze di DNA situate alle estremità dei cromosomi non aventi la funzione di codificare geni bensì quella di stabilizzare e proteggere il patrimonio genetico.

Con il passare del tempo e l’aumento del numero di divisioni mitotiche delle cellule, i telomeri perdono gradualmente frammenti di DNA; quando l’accorciamento dei telomeri raggiunge un check point critico, le cellule diventano disfunzionali e possono contribuire all’insorgenza di fenomeni patologici nonché al processo di invecchiamento dell’intero organismo. In altri termini, il progressivo accorciamento dei telomeri rappresenta un “orologio biologico” parzialmente capace di misurare l’“età biologica” delle cellule di un individuo. Il primo studio che ha messo in relazione i processi mentali con l’invecchiamento cellulare e il sistema dei telomeri risale al 2004. In questo studio, un gruppo di ricercatori americani guidato da Elissa Epel e Elizabeth Blackburn (vincitrice del premio Nobel nel 2009 proprio per la scoperta dei telomeri) ha confrontato la lunghezza dei telomeri, ovvero un marcatore del grado di invecchiamento e longevità cellulare, in due gruppi di persone della stessa età: il primo gruppo di persone era composto da donne aventi figli sani, mentre il secondo gruppo di persone era composto da donne aventi figli affetti da malattie dello spettro autistico.

Come ipotizzabile, le donne del secondo gruppo risultavano essere sottoposte a un livello di stress psicologico molto maggiore rispetto alle donne del primo gruppo proprio in virtù del fatto di essere madri di un figlio affetto da una condizione neuropsichiatrica cronica, grave e invalidante. I risultati dello studio dimostrarono l’esistenza di una correlazione inversa tra il grado di percezione dello stress psicologico e la lunghezza dei telomeri; le donne del secondo gruppo risultavano avere i telomeri significativamente più corti rispetto alle donne del primo gruppo, con una differenza di lunghezza telomerica equivalente all’incirca alla differenza che si avrebbe tra persone con 10 anni di età di differenza. In altri termini, lo studio di Epel, Blackburn et al ha dimostrato per la prima volta che un processo mentale quale lo stress psicologico prolungato può incidere sulla biologia molecolare di un individuo contribuendo ad accelerare il processo di invecchiamento delle cellule del suo organismo. I risultati di questo studio hanno avuto un grande impatto nel mondo della ricerca e della medicina, contribuendo a ridefinire il rapporto tra processi mentali e processi corporei e a riconcettualizzare la fisiopatologia di molti disturbi psichiatrici, nonché le modalità con cui i processi emotivi e cognitivi possono influenzare l’esordio, il decorso e la prognosi di una vasta gamma di malattie somatiche.

Dai risultati di tale studio hanno preso avvio i progetti di ricerca che attualmente stiamo portando avanti presso la Sapienza Università di Roma e la University of California San Francisco. Nel recente passato la quasi totalità delle ricerche che hanno esplorato le cause biologiche dei disturbi psichiatrici e del comportamento si è focalizzata nello studio di processi neurofisiologici e neurobiologici, ovvero di processi che avvengono nel cervello. L’obiettivo del nostro lavoro di ricerca, invece, è capire quanto il disagio psichiatrico che si manifesta in gravi disturbi quali depressione, schizofrenia, disturbo da stress post traumatico o disturbo bipolare sia collegato a una senescenza/sofferenza biologica a livello cellulare-molecolare dell’intero corpo, piuttosto che esclusivamente del cervello o della mente.

Da un punto di vista clinico ed epidemiologico, i disturbi psichiatrici rappresentano oggi una delle principali cause di morbilità, disabilità e mortalità a livello globale. Le persone affette da malattie psichiatriche hanno un rischio significativamente maggiore rispetto alla popolazione generale di sviluppare malattie quali aterosclerosi, ipertensione, ictus, cardiopatie, osteoporosi, deficit cognitivi, disturbi del sistema immunitario, obesità, sindrome metabolica e diabete.

Tali evidenze supportano quindi l’idea che i disturbi psichiatrici possono portare a un precoce deterioramento e invecchiamento della fisiologia dei principali apparati del corpo umano.

Grazie ai recenti progressi nel campo della genetica molecolare, ad oggi siamo impegnati da un lato nello studio del meccanismo psico-biologico che media il legame tra il disagio psicologico, i disturbi psichiatrici, i sistemi molecolari di invecchiamento cellulare e le malattie somatiche, dall’altro a capire come i vari “orologi biologici” delle nostre cellule quali i telomeri, il DNA mitocondriale, la proteina Klotho e i neurosteroidi possano rappresentare nuovi target di intervento medico, psicofarmacologico e psicoterapeutico. La natura innovativa di tali studi risiede nello sfidare una concezione della medicina basata sulla settorializzazione e sulla divisione netta delle diverse discipline. La speranza è quella di contribuire ad una maggiore comprensione dei sistemi molecolari che mediano il sottile rapporto tra la salute fisica, la salute mentale e lo scorrere del tempo e ad un miglioramento della qualità della vita dei nostri pazienti.



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