Gruppo 2003: nella ricerca ci piacerebbe essere un Paese normale

Finanziare la ricerca non è un lusso ma una necessità. Solo una classe dirigente miope non si rende conto che la ricerca, insieme all'istruzione, è il pilastro su cui si costruisce il futuro e la prosperità di un Paese.
Di Luca Carra, giornalista, direttore di scienzainrete.it e membro del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica

L’idea di creare un gruppo di ricercatori di eccellenza che si occupino delle sorti della ricerca italiana risale al 2003, quando un articolo dell’Espresso pubblica i nomi dei primi 30 scienziati italiani che comparivano nella lista ISI (Institute for Scientific Information) dei ricercatori più citati al mondo. Leggendosi sul giornale, alcuni di questi decidono di incontrarsi per condividere una certa preoccupazione sul miserevole stato della ricerca in Italia. Miserevole quanto a finanziamenti e incentivi, ma per fortuna ancora di buon livello nei risultati. Ma per quanto tempo ancora i nostri ricercatori possono mantenere livelli di eccellenza in un ambiente così avaro di fondi e stimoli competitivi?

Questa era la preoccupazione principale condivisa da molti di questi scienziati. “Quello che ci accomunava, essendo ricercatori di estrazione e discipline così diverse, era solo il fatto di comparire nell'elenco dell'ISI ed il fatto di essere insoddisfatti della politica della ricerca in Italia", ricorda il matematico Vieri Benci, fra i fondatori del gruppo insieme a Piermannuccio Mannucci, Silvio Garattini, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Maria Pia Abbracchio, e molti altri. “Abbiamo coinvolto naturalmente nelle nostre discussioni altri scienziati, aprendoci al contributo delle loro esperienze e opinioni, attraverso l'organizzazione a Milano, alla fine di settembre 2004, di un Convegno, in cui sono state presentate e discusse le nostre opinioni e proposte sulla ricerca scientifica in Italia. Abbiamo riunito queste proposte in un documento che abbiamo chiamato Manifesto”. Cui, a breve sarebbe seguito un importante libro (La ricerca tradita, Garzanti, 2007). Di certo il Manifesto resta il documento fondativo del “Gruppo 2003 per la ricerca scientifica”, e, a distanza di 13 anni, purtroppo ancora molto attuale.

Volendo lo si può sintetizzare in dieci punti:

  • Non più promozioni per legge o comunque mascherate come concorsi dedicati.
  • Valutazione da parte di esperti indipendenti, anonimi, internazionali (peer review) per progetti, finanziamenti e carriera.
  • Valutazione delle istituzioni, dei laboratori e dei centri di ricerca, usando anche strumenti quali "site visits" e su questa base dosare il finanziamento pubblico.
  • Accesso anche per giovani ricercatori a finanziamenti, su progetti valutati, da gestire in autonomia.
  • Mercato del lavoro affidabile che consenta mobilità, retribuzioni adeguate e percorsi di carriera.
  • Scelte politiche strategiche sulle priorità della ricerca.
  • Programma di attrazione di ricercatori dai Paesi meno sviluppati.
  • Incentivi fiscali all'industria per investimenti in ricerca.
  • Facilitazioni fiscali per le donazioni a università, istituti o enti di ricerca.
  • Otto per mille alla ricerca.

Quello che si andava proponendo allora era quindi una liberalizzazione del settore ricerca pubblica dalle pesantezze burocratiche, dai concorsi e dai bandi “aggiustati”. Ma anche più risorse e soprattutto la crescita di una cultura della valutazione competente e indipendente di università, centri di ricerca e progetti. “Dovrebbe essere ovvio che la meritocrazia costituisce la base di un sistema di ricerca che sceglie e promuove i capaci e i meritevoli, si legge nel Manifesto. In Italia così non è, almeno negli organismi pubblici, dove criteri indipendenti dal merito, quali l'anzianità o l'appartenenza a gruppi di potere (accademico, politico, eccetera), hanno costituito e costituiscono elementi importanti del reclutamento e della carriera.

Basti a questo proposito ricordare le promozioni ope legis, che hanno costellato la storia dell'università italiana. Sono tali di fatto anche i concorsi dedicati, magari successivi alla messa in esaurimento dei ruoli, pratiche nefaste che hanno contribuito ad abbassare il livello medio delle istituzioni.

La meritocrazia si basa sulla capacità di valutare i singoli e le istituzioni, pubbliche e private, in assenza di conflitti d'interesse. Vi sono oggi criteri utili in campo scientifico per questo scopo: citazioni, fattore di impatto, brevetti venduti, finanziamenti competitivi da charities di qualità (come AIRC-Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro o Telethon), industria, Commissione Europea, National Institutes of Health, eccetera. Si tratta di usare gli strumenti disponibili per valutare i singoli e le istituzioni (istituti, dipartimenti, facoltà, università, enti di ricerca pubblici e privati), premiando chi fa o sceglie bene e punendo chi fa o sceglie male”.

Negli anni a seguire è soprattutto su questo punto che si concentra l’attività del Gruppo 2003: convincere i politici che per distribuire le scarse risorse che si destinano alla ricerca è necessario prevedere una Agenzia, indipendente dal potere politico e quindi governata da manager della ricerca, che eroghi i fondi sulla pura base del merito scientifico. Come succede nei USA con la National Science Foundation e i National Institutes of Health, così come in Gran Bretagna con i sette Research Councils, in Francia con l’ANR, in Germania con la DFG e in Svizzera con la SNSF. Questo significa che tutti i grandi progetti dovrebbero essere messi a bando e i progetti valutati da revisori indipendenti coordinati dall’Agenzia. Alla politica spetta dettare le strategie di fondo, mentre sarebbe molto opportuno che si tenesse lontano dalla erogazione diretta dei fondi, lasciando il compito a chi ha il metodo per poterlo fare in autonomia. Chi si è più speso in questi anni nella battaglia dell’Agenzia di valutazione è Silvio Garattini, membro del gruppo dalla prima ora, sostenuto anche dall’attuale presidente del gruppo Luigi Nicolais, già presidente del Consiglio nazionale delle ricerche e dal Segretario Giuliano Buzzetti. “Per Agenzia non intendiamo un nuovo (ulteriore) carrozzone a motore burocratico, bensì una struttura agile e snella, indispensabile per il rilancio della ricerca, in particolare della ricerca di base, che il Piano Nazionale delle Ricerche (PNR), tarato su Horizon 2020, ignora sostanzialmente, spiegano Garattini e Buzzetti. Pensiamo ad una struttura direttamente collegata con la Presidenza del Consiglio, con il compito di riassumere in una sola sede tutte le risorse destinate alla ricerca da parte dei vari Ministeri.

Nel contesto strategico e organizzativo che abbiamo in mente, al Governo spetterebbe l’onere di dare gli input per quanto riguarda le aree di ricerca prioritarie e le risorse economiche da assegnare, all’Agenzia quello di mettere a disposizione strutture adeguate per fare bandi di concorso sui singoli progetti, istruire il referaggio, premiare il merito e valutare i risultati. La struttura dovrà gestire, nei giusti equilibri, i bandi per la ricerca a lungo termine con le necessità della ricerca traslazionale, raccordando i progetti italiani con quelli della ricerca europea”. Se il metodo di erogazione dei fondi è strategico, resta centrale anche la quantità dei fondi, in Italia davvero minima. Con il suo 1,2% sul PIL di investimento in ricerca, l’Italia resta ancora lontana dalla media europea, che ora si attesta a quasi il 2% di PIL, con punte fino al 4%. La spesa dei pochi fondi a disposizione si ripartisce, per lo 0,70 del PIL verso la ricerca industriale, per lo 0,18 verso la ricerca degli enti pubblici, e per lo 0,36 verso la ricerca universitaria (media 2011-2014). In termini reali, la spesa complessiva oscilla fra i 19 e i 20 miliardi di euro (circa 8 dal pubblico). Per confrontare con due Paesi con popolazione simile alla nostra, la Francia investe all’anno in ricerca e sviluppo circa 48 miliardi di euro, la Gran Bretagna circa 31 miliardi di euro. La Samsung investe in ricerca 12,5 miliardi di euro all’anno... quindi più dello Stato italiano.

Spesa procapite in ricerca (in dollari, anno 2013)

  • 1490 in Svezia;
  • 1440 in USA;
  • 1250 in Germania;
  • 908 media OCSE;
  • 880 in Francia;
  • 700 media europea (28 stati);
  • 650 in Gran Bretagna;
  • 460 in Italia;
  • 415 in Spagna.

Anche se guardiamo i cosiddetti bandi competitivi, l’Italia è il fanalino di coda d’Europa. Rispetto a finanziamenti a bando che vanno da 4-800 milioni di euro (Svizzera, Francia) a 2 miliardi (Germania), in Italia negli ultimi anni non hanno mai superato i 200 milioni di euro. L’ultima edizione dei bandi PRIN (2015), dopo tre anni di “digiuno”, è stato di 95 milioni di euro, cosa che ha costretto a una superselezione e a tagli anche dell’80% su quanto chiesto dai progetti.

Per questo, nella sua ultima uscita pubblica, il Gruppo 2003 si è appellato al governo con la proposta di decuplicare l’importo dei PRIN. “Per mancanza di supporto a livello nazionale, i nostri ricercatori sono costantemente svantaggiati nella competizione per i fondi europei: ne è testimonianza il saldo fra quanto contribuisce l’Italia e quanto ritorna come finanziamento europeo ai ricercatori italiani, che è ampiamente negativo. Inoltre, molti di quelli che hanno ottenuto un finanziamento europeo preferiscono usarlo altrove in Europa, ma quasi nessun europeo chiede di usare il suo grant in Italia. E questo è solo uno dei tanti canali attraverso cui si realizza l’emorragia di “cervelli” cui assistiamo ormai da anni, in tutti i campi delle scienze fisiche e della vita. Il Paese ha speso somme ingenti per la loro formazione, dall’asilo nido al dottorato di ricerca, per poi regalarli ai nostri partner europei. Un vero e proprio danno erariale”. (http://www.scienzainrete.it/contenuto/ articolo/gruppo-2003/moltiplichiamo- dieci-fondi-prin/ottobre- 2016).

Forse la cosa più difficile da far capire alla classe politica italiana è che - come scrivono ancora i membri del Gruppo 2003 - “Finanziare la ricerca non è un lusso ma una necessità. Solo una classe dirigente miope non si rende conto che la ricerca (insieme all'istruzione) è il pilastro su cui si costruisce il futuro e la prosperità di un Paese”. Prima cosa da fare è quindi procedere a “un aumento significativo, programmato, non episodico del finanziamento statale, oltre che da un mutamento radicale dei modi e dei meccanismi”, prosegue il Manifesto. Premiare con una corretta valutazione i più meritevoli non significa sottrarre le risorse agli altri, vale a dire alle “piccole realtà che qui come dappertutto costituiscono lo scheletro su cui poggiano i picchi di eccellenza”. L’obiettivo a cui aspira il Gruppo 2003 è in fondo semplice: normalità. “Attualmente il modo di funzionare complessivo del sistema di ricerca in Italia è incomprensibile ai nostri qualificati colleghi stranieri.

Estremizzando un po' le cose, ci sembra che la comprensibilità da parte dei colleghi stranieri costituisca un buon parametro di verifica della sensatezza dei passi da compiere sulla via di una riforma in profondità del sistema di ricerca in Italia”.

Per informazioni: http://www.gruppo2003.org/



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