DONNE E SCIENZA

Lo aspettiamo in molti il Big Bang della scienza al femminile: il giorno, cioè, dell’equilibrio tra generi nel mondo di scienza, ricerca e innovazione.
Di Girolamo Mangano, giornalista e divulgatore scientifico, membro dell’Accademia del Premio Sapio

La scienza non è donna, o meglio (non è ancora donna). Ed è colpa dei maschi. Un quotidiano italiano ha tirato giù così un titolo riassumendo storie e dati in materia di donne e scienza. Titolo rude ma efficace. Ma è Nature - uno dei Vangeli della scienza mondiale - che si diffonde con toni meno aspri ma con cifre chiare. Il senso è le donne hanno compiuto consistenti progressi, ma le loro carriere devono fronteggiare ancora diverse sfide.

Le università statunitensi, ad esempio, impiegano ancora molti più uomini che donne, e nei campi scientifici guadagnano ancora molto meno. È quello che già sapevamo, ma è meglio indagare un poco. In dettaglio: le donne sono più numerose nelle università e nei centri di ricerca, sono anche arrabbiate - ma sono ancora minoranza.

Facciamo due conti e cerchiamo di capire, con qualche appunto. Partiamo con una cronaca; ci racconta di quanto caparbiamente le donne di scienza difendano oggi le loro prerogative. Giusto un anno fa, una vampata di proteste di docenti e ricercatrici inferocite, costrinse Tim Hunt, Premio Nobel 2001 per la Medicina, alle dimissioni dalla cattedra all’University College a Londra. Dimissioni, dico. Di quale mancanza si era macchiato? Con quella “verve” che prelude spesso ai discorsoni di peso, dichiarò che le donne in laboratorio costituiscono un problema. Disse il biochimico britannico che "tre cose succedono quando le donne sono in un laboratorio: tu ti innamori di loro, loro si innamorano di te e poi, quando le critichi, scoppiano a piangere". Forse - aggiunse, scherzando probabilmente - andrebbero meglio ambienti separati per uomini e donne. Mentre la boutade finiva sui giornali di mezzo mondo, mentre lo tsunami delle proteste montava, Tim Hunt si ravvide, disse che la sua battuta era stata presa troppo sul serio, ma il fatto è che dovette mollare la cattedra. L’alibi dello humour non bastò a salvarlo. C’è rabbia nei laboratori, risentimento, per la fatica di porre equilibrio maschile e al femminile in scienza, ancora oggi – duemilasedici – a più di un secolo dai Premi Nobel a Marie Curie. E così premio dopo premio, scoperta dopo scoperta, lo aspettiamo in molti il Big Bang della Scienza al femminile: il giorno, cioè, dell’equilibrio tra generi nel mondo di scienza - ricerca - e innovazione.

Qualcosa abbiamo già intravisto, non solo premiazioni, ma passi in avanti, veri progressi. Ma se il novantasette per cento dei premi Nobel nelle scienze vanno ai maschi, vuol dire che resta molto da lavorare. Qualcosa cambia? Sì, a cominciare dai nomi e dalle donne che fanno notizia. Quest’anno – a cavallo dell’8 marzo – giornali, tv e riviste hanno reso esplicitamente omaggio alle scienziate. Non solo genericamente alle donne lavoratrici, mondine e suffragette. Stavolta ci si è ricordati di fisiche, chimiche, ingegneri. Qualcuna è diventata una star; una delle vedettes è Fabiola Gianotti, direttrice generale del CERN a Ginevra, la più grande macchina di ricerca fisica al mondo. Lei, scienziata a tutto tondo, sperimentale, grande organizzatrice, instancabile piacevole divulgatrice. E poi Samantha Cristoforetti. Decine di interviste e apparizioni tv: dopo 199 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale (recordwoman di permanenza), lei - pilota militare e ingegnere – compie ora numerosissime orbite anche su tv, rotocalchi, suscitando attenzione e simpatia. Così - con mix di competenza talento, studi e glamour, premi e riconoscimenti - le donne di scienza compiono la loro lunga marcia in salita nei centri di ricerca, università e istituzioni scientifiche. Crescono per numero, va detto - al di là dei record e delle celebrità - anche nel lavoro di tutti i giorni. Sono quelle che oggi si chiamano STEM workers - le lavoratrici STEM, acronimo che sta per Scienza-Tecnologia- Ingegneria-Matematica. Un’avanzata ben lontana dal concludersi: faticosa, aspra, fatta di sorda ostilità quando non di emarginazione, oblio, pregiudizi, tradizioni.

Non andiamo alle radici del problema, non siamo qui per condurre una ricerca scientifica. Ma un flashback carino ce lo permettiamo. Osserviamo una fotografia - è straordinaria: è storia della scienza e ritratto di un’epoca. Solennità impietosa: ecco - tutto imbardato in nero – il sapere scientifico di alcune decine di anni fa. Conferenza Solvay del 1927: c’è un’intrusa, è una donna, tra gli architetti della nuova fisica. Seduta, composta, in prima fila - anche lei in nero - Maria Sklodowska, più nota come Marie Curie - scopritrice della radioattività. Nacque nella Polonia russa nel 1891 quando alle donne erano interdette le superiori. Eccola, la donna dei due premi Nobel (fisica e chimica) tra Albert Einstein, Paul Dirac e Bohr, e Pauli, Heisenberg, Planck, Schroedinger, e altri numi, tutti insieme alla Conferenza su elettroni e fotoni. Siede lì avendone pienamente titolo, ma la foto ci mostra Marie come una presenza aliena, una concessione alla normalità scientifica e accademica.

Veniamo a oggi: avanza il mondo STEM (Scienza-Tecnologia- Ingegneria-Matematica) ma - diremmo - a strattoni, a zig-zag. La popolarità di donne scienziate come Margherita Hack e Rita Levi Montalcini non dovrebbe essere inclusa nelle nostre considerazioni, poiché la celebrità discende da singolari personalità, brillanti peculiarità, visibilità televisiva. 

Ciò che più dovrebbe suscitare l’attenzione è piuttosto la crescita nei diversi settori della presenza femminile. Se le donne sono la metà circa dei ricercatori, è solo il trenta per cento che diventa professore associato, e solamente il dieci per cento è poi professore ordinario. Agli studiosi, ai sociologi il compito di approfondirne le ragioni. La sola analisi spicciola di talune cifre si rivela comunque interessante. Emerge il decisivo ruolo di ambiente ed educazione nella perversa selezione. Risulta ai promotori di Coderdojo - movimento che promuove l’accesso dei piccoli alla programmazione informatica - che le bimbe interessate sono circa il quaranta per cento attorno ai dieci-dodici anni, ma il numero decresce dagli undici anni in su, quando l’istruzione si fa più specifica, fin sulla soglia del mondo del lavoro.

Vuol dire che la curiosità scientifica inizialmente non ha sesso, ma lo acquista - e a scapito delle donne - a contatto con l’accademia e con le professioni, e con il mondo adulto. Non ci inoltriamo, poiché scienza tecnologia e ricerca intrecciate con i numeri diventano un cocktail sociologico: tocca agli studiosi. Ma se a creare le barriere sono famiglia, ambiente, educazione, di istinto potremmo dire che del problema dovremmo farci carico un poco tutti. Come scriveva Margherita Hack, sentiamo poco affermare il diritto delle donne e il dovere degli uomini – di dividersi al cinquanta per cento i doveri di casa. Risulta da una ricerca dell’Università di Mannheim e del Max-Planck-Institut di Monaco che nella ricerca industriale le donne che firmano brevetti sono solamente il 4.2 per cento. Una minuzia. Un’indagine dell’Ufficio statistico degli Stati Uniti pubblicato dal National Geographic, ci dice che le donne STEM erano il 7 per cento nel 1970, cresciute al 23 per cento nel ‘90, e al 26 per cento nel 2011: ciò significa che anche in tempi più recenti, la forza lavoro femminile in ambito scientifico tecnologico può frenare la crescita. A corredo di tali cifre, uno storico della scienza disse, e a naso possiamo credergli: “Non è che le donne non sono volute. Io non conosco nessuna istituzione che non stia cercando di assumere più donne scienziate e ingegneri.

Il fatto è che molte forze culturali continuano a guidare verso altre professioni dalla più tenera età”. Dati e storie contrastanti, dunque, chiaroscuri, ora sappiamo che nella lunga marcia delle donne in scienza siamo tutti protagonisti. Le donne sono già cambiate. Ora tocca anche al maschio, quel maschio che - quando va bene - fa dello spirito fuori luogo, come Tim Hunt.



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